Dear white people, non chiamateci “Nigga”

 In Serie Tv

Tra le notifiche sulle novità di Netflix del mese di maggio, Dear white people – Volume 2 mi ha subito intrigato. Non so se sia stata più incuriosita dall’incipit epistolare, dall’uso della parola volume che rimanda alla letteratura o dal fatto che non avevo mai sentito minimamente parlare neanche della prima. Fatto sta che mi sono lasciata catturare e in una notte ho finito entrambe le stagioni.

In un momento storico come questo, in cui gli episodi di razzismo sono all’ordine del giorno e basta il colore della pelle per considerare l’altro diverso e pericoloso, sembra strano che non si parli granché di una serie che ruota proprio attorno a questa tematica, tentando di mostrare uno squarcio nuovo, in chiave ironica e satirica, senza però perdere toni forti e chiari.

Il giovane e appassionato Justin Simien ha creduto così tanto in questa idea da riprendere il suo omonimo film del 2014 e adattarlo in episodi, curando da solo soggetto, regia, produzione e sceneggiatura, dando vita ad un prodotto vivace, ricco e complesso, che permette di ravvivare un dibattito importante e di coinvolgere il giovane pubblico a cui è rivolto.

Dear white people è il titolo del programma radiofonico di Samantha White, studentessa mulatta, che sente radicate dentro di sè molto più le origini africane che quelle americane. La Winchester University, luogo di ambientazione designato, è un’università immaginaria che allo stesso tempo richiama i più prestigiosi college della Ivy League. Voce e rappresentante degli studenti neri, la brillante Sam usa il suo spazio in radio per raccontare di provocazioni ed episodi di razzismo a danno della minoranza afroamericana studentesca, scuotendo le coscienze dei “carissimi bianchi” su problemi reali spesso minimizzati e attaccando gli atteggiamenti razzisti ormai insiti e radicati nel normale comportamento del bianco comune. L’appassionata studentessa, dagli occhi chiari e grandi, interpretata da Logan Browning, è solo la punta di diamante di un gruppo variegato e poliedrico, formato dal figlio del rettore Troy Fairbanks (Brandon Bell), continuamente sotto le pressioni e le aspettative del padre, dall’ambiziosa e vanitosa Coco (Antoinette Robertson), disposta a tutto pur di “arrivare”, dal fiero e forte Reggie Green (Marque Richardson), che si troverà ad affrontare le proprie fragilità e dal timido, riflessivo e ambiguo Lionel Higgins (DeRon Horton), giornalista dell’Indipendent che mostrerà una crescita e una caratterizzazione sorprendenti.

Le due stagioni, seppur diverse tra loro, hanno continuità e ritmo, non solo per la storyline, ma perché ogni episodio segue il punto di vista di uno dei personaggi.
La prima stagione di  Dear white people in particolare ruota quasi interamente intorno ad un solo evento: il Black Face Party di un gruppo di studenti bianchi che scrivono su un giornale satirico. La festa da loro organizzata prevede di interpretare personaggi neri, pitturandosi la faccia e scimmiottandone gli atteggiamenti. L’iniziativa provoca tensioni e proteste sfociando nell’irruzione di un gruppetto di afroamericani che interrompono la festa sostenuti dalla polizia del campus. Episodio dopo episodio si scoprono i dettagli di questo evento, dalle premesse alle conseguenze, entrando sempre più nel vivo nel dibattito sul razzismo e nei gesti apparentemente innocenti che invece nascondono e hanno a carico implicazioni offensive.

La seconda stagione di Dear white people continua a caratterizzare sempre meglio e più a fondo i singoli personaggi con gli episodi narrati secondo uno dei loro punti di vista, ma allarga la prospettiva, si distacca dalla narrazione di un solo evento, provando a considerare più l’insieme e meno il particolare. Il conflitto dichiarato tra bianchi e neri si trasforma in un conflitto tra pensieri, in cui il bianco può rivelarsi un alleato nello sconfiggere pregiudizi ed atteggiamenti razzisti, mentre il nero può dimostrarsi un fomentatore di razzismo, misoginia e conservatorismo. Viene infatti presentata la minoranza Hotep, un nuovo movimento religioso di nazionalismo nero, fortemente maschilista, omofobo e razzista non solo verso i bianchi, ma anche verso i “mezzosangue” (termine fortemente dispregiativo ed offensivo con cui uno di loro chiama Sam).

Tuttavia, la sempre maggior conoscenza dell’interiorità, della personalità e della storia dei personaggi, permette di considerarne e apprezzarne la soggettività e le particolarità, eliminando le generalizzazioni e arrivando all’unica grande verità: non tutti i neri sono uguali.
L’infittirsi della trama e la crescente complessità della narrazione portano alla luce anche un altro importante aspetto: la difficoltà per i personaggi e per la protagonista, in particolare, di conciliare e portare avanti di pari passo l’impegno nell’attivismo politico e le proprie ideologie con la vita privata e i sentimenti. L’amore sincero e inaspettato di Sam per il bianco privilegiato Gabe sarà oggetto di critiche e di tentativi di sminuimento da parte dei compagni quanto degli oppositori.

La componente linguistica svolge un ruolo primario data l’importanza riservata alle parole, mezzo principale tramite cui corre il razzismo. Molte delle vicende e delle trasmissioni di Sam sono incentrate su come rivolgersi agli altri in un determinato modo diventi sintomo di ostilità o di incomprensione. E i dialoghi stessi sono costruiti per dimostrare continuamente come vocaboli e riferimenti possano dare l’idea dell’estrema complessità e ricchezza della cultura afroamericana. Un intero episodio si svolge attorno all’uso della parola “nigga“. Uno studente bianco durante una festa la ripete a voce alta seguendo le parole di una canzone che stava ascoltando: ne nasce un litigio poiché, mentre i neri possono usarla riferiti a sé stessi, i bianchi non possono neanche dirla cantando una canzone. Sembra quasi un’assurdità, ma dimostra come l’accoglienza dell’altro si misuri costantemente anche nella sensibilità in cui si scelgono le parole. Molto più frequenti sono, però, i riferimenti cinematografici, soprattutto inerenti a documentari, di cui spesso viene criticata la totale parzialità, e quelli musicali, che vedono allusioni a Beyoncè e un’apprezzata colonna sonora che va dal rap al soul afroamericano.

Sullo sfondo della serie è impossibile non notare i riferimenti al Black Lives Matter, il movimento per i diritti civili degli ultimi anni, nato in nome dei giovani neri uccisi dalla polizia, senza che creassero una reale minaccia o un pericolo. Nella serie e nei personaggi si tocca con mano la paura di diventare una di quelle vittime, soprattutto a partire dal quinto episodio della prima serie, l’unico diretto da Bery Jenkins (regista di Moonlight).
Tuttavia, la critica principale da muovere a Dear white people, è che, a parte questi sottili riferimenti, gli studenti universitari rimangono focalizzati solo su quelli che rappresentano i propri problemi legati esclusivamente al college e al presente: non hanno una visione delle problematiche razziste più ampia e più generale. È il punto di vista di neri privilegiati, che hanno ricevuto un’ottima istruzione e sono stati ammessi in un college prestigioso, e non delle persone di colore più povere e svantaggiate che vivono in una costante situazione di disagio e sono davvero a contatto con il pericolo di essere uccise per strada, dai delinquenti o dalla polizia, solo per il colore della pelle.

Il dramma, finora messo in evidenza, si coniuga a commedia e satira, dando forma ad una sitcom dai contorni non chiari ma intriganti. Non mancano appunto la vena ironica, affidata a personaggi secondari, a volte troppo sciatti e stereotipati che rischiano di diventare macchiette. È da segnalare la forte, diretta e divertente parodia di Scandal (che nella serie prende il nome di Diffamation), usata come momento di svago dagli studenti afroamericani, rapiti dall’assurdo intreccio della trama e da quello a cui la protagonista è disposta a fare per il bianco presidente.

Dear white people è una serie fresca e coinvolgente che riesce ad affrontare temi di importanza politica e sociale, pur non rinunciando a spaccati di quotidianità, amori, bravate ed esperienze della vita universitaria e ad un umorismo da sitcom: il tutto con dialoghi effervescenti e monologhi da far invidia.

 

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Monica Viscido

Monica Viscido

Laureata in lettere moderne, ora studia filologia moderna. Adora leggere, guardare film e serie tv. Lotta quotidianamente contro la pigrizia e si mette sempre in discussione. Odia parlare di sé e stare al centro dell'attenzione, quindi in questo momento non si trova esattamente a proprio agio.
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