Da Costa a Costa Reloaded: tornano i podcast sull’America di Trump

 In Interviste

Il 2018 volge al termine (mancano solo 86 giorni a Natale), e la politica statunitense si concluderà col botto, perché a novembre sono previste le elezioni di metà mandato, il cui esito rappresenterà il vero punto di partenza della campagna per le prossime presidenziali del 2020. In Italia Francesco Costa, vicedirettore de Il Post, dal 2015 porta aventi un progetto giornalistico che racconta la politica, l’attualità e la cultura statunitense viaggiando da una costa all’altra del continente americano, attraversando quegli stati che sono stati fondamentali per Trump a vincere le elezioni.

Da Costa a Costa, attraverso la voce stessa del giornalista nella forma del podcast radiofonico, ha raccontato la campagna elettorale del 2016, poi il primo anno di Donald Trump alla presidenza, e adesso è ritornato in versione reloaded, in una stagione speciale di 10 episodi, di cui due sono inediti e i restanti invece sono le puntate migliori della scorsa stagione in una nuova versione aggiornata, modificata e arricchita.

Da Costa a Costa nasce inizialmente come newsletter settimanale, e solo in un secondo momento si è trasformato in podcast radiofonico prodotto da Piano P, la piattaforma italiana di podcast giornalistici. Come mai questa virata?

«La proposta mi è arrivata da Carlo Annese, fondatore di Piano P, e ho capito col senno di poi che lo strumento del podcast è utile, perché permette di raccontare un evento, nel mio caso le elezioni americane, in un modo molto più personale e coinvolgente per chi ascolta. Io ho la possibilità di usare un tono più colloquiale rispetto a quando scrivo e questo rende il racconto più efficace, soprattutto se la fruizione di quel racconto avviene non attraverso la lettura, bensì tramite l’ascolto, è così che quell’ascoltatore riesce ad affezionarsi alla storia e al formato, molto più che se si trattasse di una serie di 25 articoli sulla campagna elettorale».

Sembra quindi che si tratti di uno strumento giornalistico dal forte potenziale, quali sono invece le sue debolezze?

«Rispetto alla lettura di un articolo il podcast è molto direzionale, nel senso che non si ha la possibilità di replicare se non attraverso un commento, senza contare che non c’è oggi in Italia un mercato tale da permettere ai podcast di essere un prodotto di massa come un pezzo giornalistico o un libro. Per adesso il podcast rimane un formato riservato ad una piccola nicchia, uno strumento con cui è davvero difficile raggiungere molte persone, un forte limite perché poi chi vuole raccontare una storia o una notizia ha l’ambizione di rivolgersi al gruppo più grande di persone possibile».

Tu però sei stato bravo anche in questo, il tuo podcast ha raggiunto i primi posti nella classifica generale di iTunes con una media di 3500 ascoltatori per puntata. Come te lo spieghi?

«Io mi sono ritrovato per caso nel posto giusto al momento giusto, ad occuparmi di una storia che in quel momento era sulla bocca di tutti, che ha portato ad interessarsi alla politica americana anche persone che di solito non se ne interessavano. In quel momento non c’erano podcast giornalistici su questo tema, e chi era incuriosito da quel formato e dall’argomento inciampava nel mio progetto che così è diventato un punto di riferimento. Poi ho cercato di tornare in America più volte, di raccontare le storie al meglio che potessi e questo penso che abbia avuto un piccolo ruolo».

Ascoltare Da Costa a Costa significa ripercorrere le tappe del tuo viaggio da Detroit a San Francisco, da Austin a Los Angeles, da Flint a Dallas, da Rio Grande fino ai luoghi devastati dagli incendi nel nord della California, e altre ancora. Pensi che si possa raccontare tutto con il podcast?

«Non penso che il podcast sia lo strumento migliore per tutto, per esempio il racconto del crollo del ponte di Genova tramite podcast non avrà mai la potenza di un reportage fotografico. Credo però che sia un mezzo che si può usare per tutto, perché è puro racconto orale, che esiste prima ancora della scrittura, del giornalismo, dei libri, si tratta di una cosa ancestrale per gli esseri umani e a cui si può quindi ancora ricorrere per una fiaba, un viaggio, un reportage, una partita di calcio, una campagna elettorale, un romanzo, un giallo, qualsiasi cosa».

Quando sei alla prese con questo strumento, cos’è che ti piace di più e cosa meno?

«Mi piace molto il momento della scrittura, perché mi sforzo di scrivere in un modo diverso rispetto ad un articolo, mi sforzo di immaginare quelle parole pronunciate e ascoltate, e per questo per esempio utilizzo più ripetizioni, mi rivolgo direttamente all’ascoltatore proprio come se fosse un racconto. Tuttavia ho iniziato da poco e trovarmi davanti ad un microfono non è ancora semplicissimo per me. Ho riascoltato tempo fa la primissima puntata del podcast e ho dovuto chiuderla dall’imbarazzo dopo pochi minuti perché la trovavo terrificante. Sono migliorato strada facendo, non penso di essere arrivato ad un punto soddisfacente quindi la registrazione che poi viene pubblicata è il frutto di una miriade di errori, ma mi piace lavorarci e mettermi alla prova».

Domanda obbligata: continuerai?

«Assolutamente sì, anche se non so ancora bene quando e come, ma per l’anno prossimo ho in programma un podcast in 6 puntate con contenuti diversi, e poi nel 2020 naturalmente ricomincerò con la campagna elettorale negli Stati Uniti».

Nel frattempo su Storytel ci sono quattro nuovi episodi e altrettanti ne usciranno il prossimo 6 ottobre.

Giulia Mele

Giulia Mele

In un momento imprecisato di un giorno qualunque mi è capitato di innamorarmi follemente delle parole. Da Tucidide a Capote, faccio delle storie immaginarie e di quelle suoi giornali il mio pane quotidiano, alternando la lettura alla scrittura. Passerei la vita con lo zaino da viaggio in spalla, ma al momento vivo a Londra (e sì, ho la moka nella mia credenza).
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