Da 5 Bloods, la storia dei fratelli

 In Cinema e Teatro, Uncategorized

Con Da 5 Bloods, Spike Lee ce l’ha fatta.
E’ riuscito a tornare alla sua abilità, a quello che era, il regista capace di mischiare luoghi comuni e carte in tavole per cambiare prospettiva alle cose. Negli ultimi tempi il regista di New York era diventato didascalico, impositivo: Blackkklansman era l’apogeo di un proposito troppo forte nella vita del regista, che iniziava ad inficiare negativamente sulla sua arte. Più volte mi sono espresso in modo ironico sulle sue velleità partigiane, mai contenute soprattutto riguardo i festival degli Oscar; penso seriamente che, a volte, Lee perda la bussola, e se lo conoscessi proverei a spiegargli che, come non deve esistere il “nero”, così non deve esistere “l’uomo bianco”, e che una miriade di persone caucasiche non può prendersi la responsabilità dei pensieri e delle azioni altrui, specialmente se la pensano in modo diametralmente opposto.
Il fatto che una (piccola) parte degli afroamericani abbia votato per Trump, ha forse fatto riconsiderare a Spike Lee la radicalizzazione del suo pensiero, mostrando come, anche contro ogni logica, un gruppo etnico e sociale può essere molto diviso. Cosa che lui aveva magistralmente spiegato in Fa’ la cosa giusta, ma che negli ultimi anni, specie per certe sue dichiarazioni mediatiche, sembrava aver dimenticato.

Il suo ultimo film non era infatti buono: l’idea di indottrinamento era troppo forte, seppur mascherata da una sacrosanta idea di giustizia che molto del suo pubblico condivide, a dispetto del colore della pelle. Da 5 Bloods invece, è un vero e proprio capolavoro, anche se persistono alcuni difetti riconducibili sempre a questo archetipo di pensiero, da cui Lee non riesce a distaccarsi e che pesa come un macigno sui risultati della sua poetica. Da 5 Bloods è geniale nella sua costruzione controversa: questa volta, a differenza di Blackkklansman, bene e male sono sfumati in un sapiente gioco di parti, e ulteriormente confusi dalla disperazione dei protagonisti. La trama tratta di quattro reduci del Vietnam che tornano sul teatro del loro trauma per cercare le spoglie del loro fratello caduto e un’altra cosa, furbamente ignorata dai trailer (finalmente), che eviterò di menzionare per non fare spoiler. A loro si aggiunge David, figlio di uno dei quattro, in una sorta di rispetto alle leggi universali del cinque che comanda la storia dei protagonisti.

Tornare in un Vietnam evoluto, con McDonald che troneggiano sulle strade principali, è solo la prima di tante contraddizioni che Da 5 Bloods sa mettere in scena: l’evoluzione capitalistica di un paese nemico dell’America, sembra la concretizzazione reale della futilità della guerra, ben sintetizzata da uno dei protagonisti nella frase: “Dovevamo portare McDonald e KFC ed avremmo finito la guerra in un mese.”
Terrificante, da parte dello spettatore, calarsi nella miseria ideologica di questi veterani che reputano una guerra sbagliata, leitmotiv sottotraccia ma principale della dialettica del film. L’opposizione alla guerra in Vietnam fu infatti un movimento trasversale negli Stati Uniti, che si unì alla battaglia dei diritti civili e riuscì ad esprimere una corrente culturale e civile ruggente in quegli anni, come raramente si sono viste nella storia dell’uomo. Mohammed Alì e Martin Luther King sono solo due esempi illustri della battaglia afroamericana contro ed in Vietnam: Spike Lee ce ne enuncia, senza boria, vari passaggi a noi chiaramente sconosciuti, dimenticati dalla propaganda mediatica wasp.
Da 5 Bloods comincia quindi con due principi fondamentali: farci capire che guerra inutile fu il Vietnam, ed indicarci quanto gli afroamericani abbiano pagato il prezzo di esso più di quanto la storia racconti.

Ma non si limita a questo: la trama mette in contrapposizione il sacrificio afroamericano per la causa dello Zio Sam e la sofferenza nazionale e identitaria dei vietnamiti. Quello che per i protagonisti è un trauma di sacrificio personale, per i vietnamiti è stato comunque parte integrante di un sopruso. Solo Spike Lee ha la coscienza sociale, umanistica ed eterogenea per confezionare un film del genere; rifiutare la propaganda made in USA che tramite Hollywood ci ha trasferito il mito dell’uomo giallo come demone della giungla, come il nemico barbaro contro cui i poveri soldati americani andavano a combattere. In Da 5 Bloods non c’è nessuna esaltazione militare: la ingolfata, asfissiante, insopportabile ingiustizia è tangibile e plastica, sia nel rapporto tra i fratelli e nell’idea del Vietnam, sia nelle loro vite inceppate ai ricordi dolorosi e, in alcuni casi, in forti stress post traumatici. Tutto questo avviene alla maniera del vecchio Spike Lee: senza nessun aspetto dogmatico. O meglio, esso sopravvive in piccola parte, ed è l’unico difetto di questo film, relegandolo a dottrina insegnata dal professore di diritti civili, e intaccando (minimamente) la dignità di capolavoro che ha. Senza quelle parti inutilmente ridondanti sull’orgoglio black, senza una ricercata epicità in momenti comuni (che stride con il graffiante realismo del film e delle vita dei cinque fratelli), Da 5 Bloods avrebbe potuto essere un capolavoro senza tempo, un vero magister sulla guerra in Vietnam capace di fare da contraltare perfetto a mostri sacri come Apocalypse Now o Platoon.
Ma Spike Lee, come è noto, calca sempre la mano, e la parte dogmatica risulta un po’ troppo presente e ridondante arricchendo il film di decorazioni barocche, mentre se fosse stato più asciutto (magari rispettando la quarta parete) avrebbe centrato la perfezione.

Tuttavia, come ho detto, questa inclinazione non è dominante, né inficia la qualità di un film che ha una fotografia, una regia, ma soprattutto un’umanità di grandissimo livello, una profondità sociale rara nel cinema di oggi (sempre più raro vedere cinema civile e politico, a meno che non riporti a mo’ di documentario eventi passati o non scada nel pietismo) che solo l’ostinazione di Lee e la sua abilità potevano regalarci.

Da 5 Bloods è una terribile discesa in una ferita aperta, troppo in fretta cancellata dalla coscienza civile americana ed occidentale perché scomoda, controversa, e persino perdente.
Spiega bene anche questo il regista, attraverso il personaggio principe dei quattro veterani, Paul, interpretato da uno strabiliante Delroy Lindo, proponendo il nero del ventunesimo secolo, che combatte per il Black Power ma vota Trump, si appoggia alla retorica da veterano USA sull’inferno del Vietnam, col cappellino in testa che recita MAKE AMERICA GREAT AGAIN, ma parla di fratellanza e di oppressione.
Paul è la perla, nucleo su cui tutte le controversie di cui Da 5 Blood vuole parlare si condensano, attorcigliano e lottano furiosamente, sulle spoglie di un uomo invecchiato e stanco, distrutto dal passato militare.
Paul è un vero simbolo, personaggio iconico al pari di Radio Rakeem, che spero sia mantenuto nella coscienza artistica a venire per l’unicum che rappresenta.

Bravo Spike Lee, abbiamo fatto pace.

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
Enrico Zautzik

Latest posts by Enrico Zautzik (see all)

Post suggeriti

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca

favolacce