CUB – PICCOLE PREDE

 In Cinema e Teatro

La visione di questo film è vietata ai minori di quattordici anni. Inoltre è sconsigliata alle persone particolarmente sensibili.

E con persone particolarmente sensibili mi riferisco ai cultori dell’horror, ai veri estimatori dalla pellaccia dura che scuotono la testa avviliti, dopo essere stati catturati, come piccole prede, da un trailer che è puro specchietto per allodole.

Quando un paio di mesi fa vidi il trailer di Cub – Piccole Prede e scorsi il nome del regista, Jonas Govaertes (un belga), mi sono detta: magari non sarà un altro stupido horror americano.

Avevo ragione: alla fine si è rivelato il primo stupido horror belga.

Ok, sono eccessivamente cattiva, ma detesto restare delusa. Se cercherete le recensioni, in giro per la rete, Cub vi sembrerà un osannato capolavoro. No. Ci sono scempiaggini ben peggiori (dio se ce ne sono), ma il primo lungometraggio di Govaertes, pur avendo degli ottimi spunti, non spicca il volo né si imprime, indelebile, nella parte del cervello dedicata agli horror che lasciano il segno.

La trama e le immagini sembravano promettenti. Un gruppo di piccoli boy scouts si accampano in una foresta, ci sono canzoni intorno al fuoco, c’è Sam, un bambino introverso, deriso e picchiato, che incontra Kai, un bambino selvaggio, perverso e mascherato; ci sono esplosioni fighe, gente che scappa e urla, con la faccia coperta di sangue, mummie stecchite che se ne stanno dentro un autobus al centro del bosco.

Insomma, questi elementi mi hanno esaltata, ho pensato che come premessa non fosse male. Almeno non raccontava la storiella soporifera di una famigliola americana che sopravvive alle tipiche avversità (vedi alla voce demoni, fantasmi, mostri), o di un gruppo di ragazzi che se ne va in gita in montagna, e alla fine tra tutti loro sopravvive solo la sprovveduta e ingenua verginella (a tal proposito, fatevi un favore e guardate Quella Casa nel Bosco).

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Tornando a Cub, forse il problema è che le mie aspettative erano troppo alte, o forse questo film a tratti precipita per davvero nel baratro delle occasioni mancate.

È un horror e ci sono bambini, e il mio pensiero è stato: finalmente qualcuno non avrà paura di sterminare bambini. Per quanto perversa possa sembrare questa riflessione, è alla base di una buona storia dell’orrore. È fondamentale, per chi scrive o sceneggia simili racconti, non avere questa paura. Perché allora tutto è concesso. Si stanno abbattendo dei limiti, oltre i quali si distende un universo inesplorato di puro orrore.

Chi non ha paura, sarà in grado di incutere paura.

Govaertes rompe questo tabù, ma il risultato finale risulta insipido, sospeso.

Io e quei pochi ragazzi in sala abbiamo passato un’ora e mezza della nostra vita a chiederci perché.

Perché tre perfetti imbecilli dovrebbero prendersi cura di un gruppo di bambini? Perché dei genitori amorevoli e con un poco di senno dovrebbero affidare a quei tre perfetti imbecilli la custodia dei loro figli? Perché Sam è così strano, perché è così traumatizzato? Perché Jonas Govaertes non reputa onesto spiegarcelo, a un certo punto del film? Perché un bracconiere si aggira nei boschi e ammazza gratuitamente la gente? Perché un bambino mascherato vive da solo su una casa su un albero? Perché qualcuno ha creduto plausibile che un uomo esploso in un furgone e con la faccia totalmente bruciata potesse continuare a scorrazzarsene in giro come se niente fosse? Perché non si sono accorti di errori grossolani (vedi il fazzoletto che la scout Jasmijn perde in una scena, e vedi come nella successiva ha di nuovo, inspiegabilmente quel fazzoletto al collo)?

Ma soprattutto: perché abbiamo speso OTTOEUROECINQUANTA per vedere questa roba?

Non voglio demolirlo del tutto. Per spezzare una lancia in suo favore, ripeto che gli elementi (quelli che nel trailer mi hanno attirata) ci sono: la violenza sui bambini e sugli animali; il simbolismo quasi folkloristico di un gruppo di scouts, dalla struttura militaresca, che varcano le soglie di un mondo a parte. Prima ci sono i guardiani che li avvertono, poi il famoso savage (il selvaggio, unione tra civiltà e natura) e infine un orco che è male puro. L’innocenza infantile sfocia nella violenza della pubertà, e devo ammettere che qui Golding avrebbe gradito: la scena della brutalizzazione del cane mi ha ricordato certi passaggi impietosi de Il Signore delle Mosche. E infine il cambiamento, lo svestirsi della propria identità per indossarne una nuova, inevitabile e più vera.

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Ma qui si ragiona per archetipi, non siamo tutti intellettuali, psicologi, filosofi o pseudotali. Ci sono punti buoni, ma il filo che li unisce alla fine non soddisfa i palati.

Cub non è il massimo per chi adora il brivido, il sangue, le storie intriganti che non ti fanno dormire la notte. Dopo la visione di un buon horror, bisogna tornare a casa, mettersi nel letto, spegnere la luce e pensare che quella cosa lì, in quell’angolo buio, forse non è solo una sedia sepolta sotto strati di vestiti in disordine, ma forse è un uomo fatto di oscurità, che aspetta che ti alzi per andare in bagno a svuotare la vescica, o in cucina a bere un sorso d’acqua, per infilarsi nel tuo letto e rubare la tua vita. Dopo la visione di un buon horror, bisogna essere turbati.

Questo film manca di realismo, ed ecco un’altra regola, ignorata e sottovalutata, per fare un buon horror (come, d’altronde, un buon fantasy): la storia, per quanto impossibile, deve essere probabile. E qui torniamo ai nostri famosi perché. Il più importante dei quali resta quello degli OTTOEUROECINQUANTA.

Ho pensato a cosa avrei potuto fare con quegli OTTOEUROECINQUANTA. Non molto, oggigiorno. Magari comprarmi un paio di pacchetti di sigarette, ma sto provando a smettere. Mi sarebbe piaciuto mangiare del sushi, però sappiamo tutti quanto costa il sushi, e con OTTOEUROECINQUANTA al massimo ci vai in bagno, dal sushivendolo. Ecco, questa recensione è per invitarvi a scegliere un’alternativa: non vedete questo film (al cinema, almeno, in tv magari può anche valerne la pena) e trovatevi qualcosa da fare con quegli OTTOEUROECINQUANTA.

Io ho avuto l’illuminazione al ritorno dal cinema, mentre guidavo lungo Viale Kennedy e la macchina si è improvvisamente fermata: con quegli OTTOEUROECINQUANTA potevo fare benzina.

 

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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