Cosa si è pensato a #piulibri14: i festival, i libri e la politica

 In Attualità, Letteratura

Quando dico “pensato” esagero un po’ apposta, visto che di pensare non si smette nemmeno quando si dorme; poi ho un rapporto abbastanza conflittuale con il rapporto tra pensiero e parola, imparerete a conoscermi.

Passate le feste, continuiamo il discorso di #piulibri14, appuntamento 2.

A Più Libri Più Liberi si è parlato di cose che si pensano: hanno dato la loro opinione a Lidia Ravera Marcello Fois (sui festival) e Michela Murgia (sulla politica).

Mi fa quasi strano vedere che entrambi sono scrittori sardi, visto che nei giorni della fiera ho scelto gli incontri per argomento, e che le parole dell’una siano rimbalzate nella chiacchierata con l’altro senza troppe connessioni esplicite; è un po’ come dire che i libri con la politica c’entrano sempre, anche quando non parlano di politica.

Un’altra somiglianza che ho trovato tra le due conversazioni (e che un po’ mi fa amare, un po’ odiare questo tipo di iniziative) è che non c’è stata un risposta univoca. “A che servono i festival?”, si era chiesto a Fois, mentre alla Murgia di delineare i contorni di una cultura per la politica.
Il rischio in cui si incorre ad andare a incontri del genere è quello di chiudersi in ciance retoriche da salotto letterario, per questo ne scelgo pochi, sperando che mi chiariscano un po’ le idee sulla confusione della situazione attuale. Allo stesso tempo, però, mi fa anche piacere che non mi chiudano la prospettiva, che spostino l’attenzione dal discorso, facendomi continuare a pensare e a divagare per trovare altre strade.

Marcello Fois e Lidia Ravera, sala Rubino (flickr.com)

Marcello Fois e Lidia Ravera, sala Rubino (flickr.com)

Da Fois, in questo senso, non ho avuto la risposta esatta sulla funzione che hanno i festival (me l’ero chiesto dopo lo scoraggiamento dell’anno scorso), però mi sono accorta di averne trovato una mia prima ancora di scrivere questo articolo (l’avevo messa qui).
Per lo scrittore di Nuoro non sono i festival i luoghi del confronto letterario; lui li ritrova in Sardegna, dove è nato, o a Bologna, dove ha studiato, perché lì trova le persone fisiche per farlo. Un po’ come dire che gli scrittori c’entrano con la letteratura solo insieme ad altri scrittori (tipo gli scozzesi e gli altri scozzesi).
Leggermente diversa è l’idea che Marcello Fois ha della scrittura come gesto politico, che c’entra con tutti, con il lettore che è “un oggetto sociale temuto”. Rispetto a Michela Murgia, che come gesto politico nel 2014 ha anche fatto quello di candidarsi come presidente della regione Sardegna, si concentra di più sull’etica della scrittura, incaricata del recupero del senso di responsabilità. Gli scrittori lavorano a questo recupero scrivendo “benissimo, non bene”, i lettori pretendendo che si scriva benissimo e non bene.
Forse non ama moltissimo i festival, Marcello Fois, visto che li predilige sulla base della loro capacità di “curare” la “solitudine da festival”, quel senso di straniamento (e poi anche di reale isolamento dalla realtà) che provocano manifestazioni del genere. Certamente apprezza quello di Gavoi, di cui è tra i fondatori, che si tiene in Sardegna all’inizio di luglio, e quello di Ventotene, forse perché è sempre su un’isola.

Lidia Ravera e Michela Murgia, sala Diamante (flickr.com)

Lidia Ravera e Michela Murgia, sala Diamante (flickr.com)

Era stata Michela Murgia a dire a Lidia Ravera che scrivere un romanzo è un gesto politico, in una vecchia conversazione. Da scrittrice solo scrittrice (è assessore alla Cultura nel Lazio dal 2013) la Ravera ne ha compiuti ventinove, di meno la Murgia, prima della politica attiva. In questo senso le due donne hanno un percorso comune, e per questo devono essersi incontrate. Per parlare di una cultura per la politica c’è bisogno di gente che sia nella cultura e nella politica, forse.
Meritocrazia, eccellenza, ideologia, dissenso, la letteratura che può dire cose che non possono essere dette in nessun altro contesto e la poetica come forma di resistenza, però niente.
Ora che la politica è inquinata nelle sue idee e nei suoi ideali, senza contare le sue parole, avrebbe davvero bisogno di una riforma della sua cultura, della cultura intesa come l’insieme delle conoscenze relative a una disciplina. A parte quello che la cultura letteraria può fare per chiunque.
Ecco, diciamo che non ho trovato questo tipo di risposta, e quindi me la sono data adesso. Con tutto il rispetto per l’idea di sinistra di Michela Murgia come difesa dello spazio della fragilità.
Mi rifaccio all’idea di politica di Aristotele (che è la prima e quella che ricordo meglio dal liceo): amministrazione per il bene di tutti e a cui tutti partecipano. Mentre siamo costipati e sull’orlo di un esaurimento nervoso perché ormai non sappiamo nemmeno più cosa imparare a fare per lavorare, se davvero c’è bisogno di una cultura per la politica (e ce n’è bisogno), credo che ce ne sia altrettanto di una cultura della politica; un po’ come dire che fare politica non è scrivere libri.

Iolanda Sequino

Iolanda Sequino

Sono nata lo stesso giorno di Montale, però a Villaricca, provincia di Napoli, e nel 1990. Mi sono laureata in Lettere moderne alla Federico II. Il mio regno per gatti, feste a tema e giochi di parole. Studio come parlano le persone, mi piace un sacco.
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