Coez – Faccio un casino – Recensione

 In Musica

Non so voi come siete messi a livello di cultura culinaria. Personalmente sono molto scarso, la cucina che intendo io è di quelle caserecce, come la fa mammà, per cui tra un ragù e un sushi sarò sempre per il primo. Visto che non sono l’unico essere insopportabile su questo pianeta, qualche individuo con un alto cappello vestito di bianco dalla testa ai piedi, che in passato corrispondeva alla figura del cuoco, oggi invece moderno supereroe dei fornelli chiamato chef (“E non chiamatemi chef! Si, chef!”), ha deciso di unire in un unico piatto tradizioni alimentari di diversi Paesi. E no, non si tratta di inzuppare il sashimi nel ragù, ma si parla della cucina fusion. Buona pace a chi ha sempre fatto discriminazione culinaria: “se non è zuppa è pan bagnato”/ “non è né carne né pesce”.
Scusate, avete ragione, non siamo in un blog di cucina. Tutta questa intro è per introdurre un artista che sulla scia di alcuni predecessori, continua la commistione tra il rap e il pop italiano, attirando su di sé le critiche soprattutto dal mondo del rap.
Questo mese è uscito Faccio un casino, ultimo album di Silvano Albanese, al secolo Coez. Il disco vede dietro il banco di regia e alla produzione Niccolo Contessa (I Cani) e Sine oltre che la partecipazione di Ceri, Frenetik & Orange3, Stabber, Squarta e Ford78.
Faccio un casino è guidato da un filo conduttore: l’amore. Un sentimento in questo caso universale, essendo indirizzato ad una donna amata (Parquet, Delusa da me), ad una desiderata (Faccio un casino, La musica non c’è) , a una madre (E yo mama). Il leit-motiv dell’album si snocciola in testi molto semplici e diretti, a volte elementari, rime non molto ricercate e spesso ripetizioni di parole.

Gli arrangiamenti sono piacevoli, con spiccati richiami a produzioni americane come D’Angelo (vedi Parquet), anche se a volte peccano in personalità e in varietà. Escludendo la opening track Still Fenomeno, Taciturnal (che vede la partecipazione di Gemello, citato tra l’altro in Parquet per le sue opere pittoriche) e Occhiali scuri (feat. Gemitaiz), le tracce del disco si mantengono sullo stesso andamento e sugli stessi ritmi, senza restare particolarmente impresse.

Il punto più alto dell’album è il secondo pezzo, Ciao, in cui si sente molto forte l’influenza di Neffa nell’evoluzione artistica di Coez, ma il testo e soprattutto la musica sono molto interessanti. Nel ritornello sembra quasi di ascoltare un brano di Awaken, My Love!, ultimo lavoro di Childish Gambino, e questo non può far altro che piacere.

Coez ci consegna un album piacevole da ascoltare ma che non lascia molte tracce di sè al termine dell’ascolto. Seppure la produzione musicale sia buona, non incide quanto dovrebbe, ed anche i testi, sicuramente non pretenziosi, non vanno oltre facili rime ed un linguaggio fin troppo scarno ed adolescenziale.

Si, è vero adoro il ragù di mammà, però sono aperto ad un sushi contaminato con guacamole. Ma che sia fatto bene.

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Carlo Maria Gallinoro

Carlo Maria Gallinoro

Carlo Maria Gallinoro è nato a Napoli nel 1990. Dai 13 la musica diventa il suo secondo sangue, dai 20 la medicina diventa il suo percorso. Suona chitarra e pianoforte. Fotografa spesso la sua città. Capace di perdersi in un bicchier d'acqua, e di affrontare oceani aperti senza paura.
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