Cime Tempestose: un sogno di odio e amore

 In Letteratura

Avevo sedici anni quando lo lessi la prima volta. Accadeva nelle ore di fisica (insomma, cos’altro avrei potuto fare?), sistemavo i libri di testo a mo’ di paravento, al riparo dalle grinfie del professore e dalle sue pretese di render chiaro un concetto come l’entropia alle otto del mattino; e così, su quel banco sporco, disastrato, puntellato di gomme da masticare, che accoglieva le firme e le dichiarazioni d’amore di generazioni di studenti passati, io ero pronta a iniziare il mio viaggio, a sperdermi tra le cime tempestose.

Conoscete Dorothy Gale, non è vero? Saprete del tornado che la scaraventò dal mite Kansas nello scintillante mondo di Oz. Ecco, a me succedeva più o meno lo stesso: come una tempesta che imperversava nel mio stomaco, mi ritrovavo catapultata tra le nebbiose brughiere dello Yorkshire, in compagnia di spettri erranti e di maledizioni forti come la vita ed eterne come la morte, anelando un amore assoluto come quello tra Catherine Earnshaw e Heathcliff. Leggere Cime Tempestose è una sensazione fisica, più che una vanità intellettuale. Ti prende allo stomaco e al cuore, da qualche parte sanguini, mentre sei costretto ad andare al rigo di sotto, alla pagina seguente, al capitolo successivo.

Sono passati dieci anni da allora, e in quel limbo di smarrimento che assale i lettori incalliti tra l’ultima pagina di un libro e la prima di un altro, mi capita di trovare un piccolo spazio per riesumare qualche classico. È un po’ come tornare a casa dopo un lungo peregrinare per terre sconosciute. Credo sia insita nella natura dei classici, e fondante del loro potere, questa capacità di avere sempre qualcosa di diverso da dire e qualche lezione da insegnare: noi cambiamo e loro anche. Come creature vive, fatte di DNA umano oltre che di carta e inchiostro, questi romanzi crescono silenziosamente insieme a noi.

Se dieci anni fa ero stata sedotta dalla passione travolgente tra Heathcliff e Catherine, quest’oggi, più adulta (in teoria) e con le mie ferite di guerra (in pratica), mi sono ritrovata a propendere per un amore più sereno, come quello di Cathy e Hareton, e a prestare attenzione a dettagli strutturali e narrativi che all’epoca ignoravo del tutto.

Wuthering

Frontespizio della prima edizione di Wuthering Heights

È l’estate del 1847. La Thomas Cutley Newby, una casa editrice di Londra destinata ad avere vita breve, decide di pubblicare, dietro un compenso di 50£ da parte dell’autore, i romanzi di due scrittori sconosciuti, tali Acton ed Ellis Bell: Agnes Grey e Wuthering Heights, con una tiratura di appena 250 copie. Ma queste due opere restano in stallo fino a dicembre, quando sulle scene della letteratura borghese vittoriana si impone un terzo autore, Currer Bell, edito dalla Smith&Elder Company, che conoscerà da subito un successo strepitoso: Jane Eyre. La Newby cerca di attrarre il pubblico suggerendo che dietro questi tre nomi e queste tre opere si nasconda, in realtà, un’unica penna. E sebbene il trionfo di Jane Eyre lo spinga a dare finalmente alle stampe Agnes Grey e Wuthering Heights, il risultato non è quello sperato. In particolare Wuthering Heights (Cime Tempestose) viene stroncato dalla critica dell’epoca, che non risparmia colpi a quell’autore sconosciuto e misterioso che, con il suo spirito violento e pagano, aveva sfidato la morale di una società illuminata e di un tempio religioso in cui non vi era spazio per spifferi di misticismo.

“Ellis, l’uomo dal talento fuori dal comune, ma perverso, brutale e cupo” (North American Review, novembre 1848); alcuni parlano di “un libro strano. Ci sono segni di un grande potere di scrittura, ma nell’insieme è violento, confuso, incoerente e improbabile” (Examiner, gennaio 1848); altri ancora, esperti nelle arti divinatorie, si spingono fino a predire che “l’unica consolazione che abbiamo, se ci si riflette, è che [questo libro] non verrà mai più letto” (North British Review, autunno 1848).

Ma chi era Ellis Bell, quest’uomo dall’immaginazione feroce, dallo stile tragico e dalla mentalità perversa? Innanzitutto, non era affatto un uomo. Dietro gli pseudonimi di Currer, Acton ed Ellis Bell si nascondono infatti le sorelle più famose della letteratura inglese: Charlotte, Anne ed Emily Brontë.

Per quanto riguarda la fortuna di Cime Tempestose, si dovrà attendere un decennio prima che poeti e critici del calibro di Dante Gabriel Ferretti e di Matthew Arnold lo riabilitino. Qualche anno dopo, lo paragoneranno al Re Lear di Shakespeare per la sua forza evocatrice e l’impronta indelebile e tragica dei suoi personaggi; infine, nel XX secolo, verrà consacrato da Virginia Woolf (“Cime tempestose è un libro più difficile da capire di Jane Eyre, perché Emily era più poeta di Charlotte. Scrivendo, Charlotte diceva con eloquenza e splendore e passione «io amo», «io odio», «io soffro». La sua esperienza, anche se più intensa, è allo stesso livello della nostra. Ma non c’è «io» in Cime tempestose. Non ci sono istitutrici. Non ci sono padroni. C’è l’amore, ma non è l’amore tra uomini e donne. Emily si ispirava a una concezione più generale.”).

Come dicevo prima, Cime Tempestose è un classico. E io credo che un libro, e il suo autore, non possano ambire ad aggettivi o riconoscimenti più elevati.

Emily Brontë non saprà niente di tutto questo. La sua biografia è tanto scarna quanto intenso è il suo interior drama. Nata nel 1818, quinta di sei figli, e cresciuta a Haworth, nello Yorkshire, passò una vita tra le mura domestiche e la libertà assoluta delle selvagge brughiere: qualunque lavoro o impegno era per lei un obbligo intollerabile, uno spegnersi dell’anima. Fin dai dodici anni, insieme ai suoi fratelli, creò un mondo immaginario chiamato Gondal, cui dedicò oltre duecento poesie che la sorella Charlotte pubblicò senza il suo permesso, nel 1846, mandandola su tutte le furie. Cime Tempestose resta il suo unico romanzo: pubblicato all’età di ventotto anni, Emily non ne conoscerà le sorti, perché, appena un anno dopo, si ammalerà durante il funerale del fratello Bramwell, artista maledetto, alcolizzato e oppiomane, e dopo tre mesi di reclusione in casa, passati a rifiutare qualunque cura medica, morirà il 19 dicembre 1848, mentre era alle prese con una nuova opera, ormai andata perduta.

Gondal Bronte

Appunti originali di Emily Brontë sul ciclo di Gondal

Protagonista del Romanticismo e del gothic novel, o meglio del romance, Emily Brontë ne incarna l’essenza: la natura contro la civiltà, il soprannaturale contro la razionalità, la solitudine contro una società borghese, frivola ed industriale. La sua scrittura è impregnata dei toni umidi e ventosi dei luoghi in cui visse, e non è un caso se il titolo del romanzo è anche il nome della casa in cui si ambientano le vicende: Wuthering Heights (dove wuthering è un provincialismo che indica il tumulto atmosferico nei periodi di tormenta) è la vera protagonista del romanzo. Questa casa, solitaria e resistente al passare del tempo e alla tenacia dei venti del nord, incarna la natura stessa, la cui forza motrice e immobile ricorda la natura matrigna che ossessionava Leopardi. Per questo Cime Tempestose è lo scrigno in cui Emily, bramosa di libertà, ha soffiato e chiuso sotto chiave il suo spirito. È per lo stesso motivo che Wuthering Heights non riuscì subito a farsi strada nei cuori del pubblico vittoriano, innamorato del moralismo dickensiano e degli happy endings: era ed è ancora oggi un libro diverso e controverso, una storia tormentata in cui i suoi eroi sono insieme heroes e villains, in cui una distinzione tra bene e male è improbabile, se non impossibile, in cui ci si domanda se la stessa Emily condanni le sue creature, o le prepari ad un paradiso perduto.

Emily Bronte

Emily Brontë in un famoso ritratto del fratello Bramwell

L’opera si apre nel 1801 con l’arrivo del signor Lockwood a Thrushcross Grange, nelle solitarie terre dello Yorkshire. Questa è una tenuta di proprietà del signor Heathcliff, un essere misantropo e truce che abita a qualche miglio di distanza, a Wuthering Heights. Attraverso la voce narrante di Lockwood, e poi quella della domestica di Thrushcross Grange, Nelly Dean, vengono risvegliati i fantasmi e raccontati i destini delle due case e delle due famiglie, quella dei Linton e quella degli Earnshaw, condannati dall’intrusione di un elemento estraneo (rappresentato proprio da Heathcliff, l’orfano, il figlio delle strade di Liverpool).

Nonostante gli intrecci narrativi e genealogici, Wuthering Heights si mantiene in punta di piedi su un sistema binario perfettamente equilibrato. A cavallo tra due secoli, con due voci narranti, attraverso due generazioni, due storie d’amore, due case, due famiglie, per un totale di 34 capitoli, 17 per la prima parte e 17 per la seconda. Al centro di questo tornado, “eterna come le rocce”, la passione tra Catherine Earnshaw e Heathcliff se ne sta lì, devastante e distruttiva, eppure salda e inossidabile.

Ma Cime Tempestose non è solo tragedia, nonostante il carattere poetico della sua scrittura e l’infausta sorte dei suoi eroi: per 17 capitoli la bilancia oscilla, pende pericolosamente verso una dannazione senza rimorsi, verso un egoismo cieco e devastante. Perché la vita torni al suo equilibrio, bisogna che muoiano coloro che hanno vissuto senza aver mai imparato a vivere. E solo allora, in realtà, la luce di un nuovo amore curerà le ferite del passato: spetterà alla giovane Cathy e ad Hareton, discendenti reali ed ideali di Catherine e Heathcliff, chiudere il cerchio.

Heathcliff e Catherine. Come dire Enea e Didone, Paolo e Francesca, Tristano e Isotta. Come dire che nessuno dei due esiste senza l’altro. Non a caso, nel famoso IX capitolo, in quell’immemorabile scena carica di pathos in cui Catherine confessa a Nelly Dean il suo amore imperituro per Heathcliff, le parole che usa non sono: “Nelly, io amo Heathcliff!”, ma “Nelly, io sono Heathcliff!”. Ed essere qualcosa è più inevitabile dell’amare qualcosa, poiché è del tutto impossibile sottrarsene. La più nota e sacra legge catulliana, l’Odi et Amo, si concretizza qui, mutando da anima a corpo, da poesia a prosa.

 

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Laurence Olivier e Merle Oberon nei ruoli di Heathcliff e Catherine nel film di William Wyler. 1939

Trovo straordinario che oggi la forza più grande di questo romanzo sia stata, all’epoca, la sua più grande debolezza: la potenza della sua passione. E mi stupisce ogni volta il pensiero che Emily Brontë abbia scritto uno dei più bei romanzi d’amore di tutti i tempi, senza aver mai amato.

“Ho sognato nella mia vita sogni che son rimasti sempre con me, e che hanno cambiato le mie idee; son passati attraverso il tempo e attraverso di me, come il vino attraverso l’acqua, ed hanno alterato il colore della mia mente.” (Cime Tempestose, Cap. IX)

L’assenza totale di uomini e di amore nella sua vita l’ha portata a sognare quell’amore, come un demiurgo che osserva le idee in un mondo di assoluta perfezione e ci racconta quel che vede, senza che questo venga filtrato attraverso una realtà sporca e corrotta. E forse, se Emily avesse amato per davvero, noi non avremmo mai goduto dei suoi sogni di odio e amore.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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