Siamo stati al concerto dei Cigarettes a Milano, c’eravamo già qualche mese fa, da allora è cambiato tutto.

di Nanni Schiavo

Il 25 aprile, come pure venerdì scorso avevo i biglietti per i Cigarettes after Sex a Milano, stessa location. Sette mesi fa ero uno dei primi sotto al palco, venerdì scorso sono arrivato con il tram venti minuti prima dell’inizio. Milano è gelida e volgare, conserva la pioggia per la fine del concerto, quando ci infileremo in una macchina di Enjoy con il serbatoio a secco per tornare in quell’ostello lercio che abbiamo prenotato con un occhio aperto sul prezzo e uno chiuso sulle recensioni. L’atmosfera una volta all’interno già svela la sorpresa: pubblico quadruplicato (biglietto più che raddoppiato), tantissimi stranieri; questa primavera invece il concerto era molto intimo, un paio di centinaia di milanesi e qualche imbucato come me. La birra è acquosa ma costa come se un monaco belga l’avesse fatta apposta per noi, la fila al bagno già di vari metri. Milano e Roma le uniche date del tour europeo a non essere soldout, ma quanti passi avanti nel frattempo per la band di El Paso.

La scaletta cambia di poco, tolgono proprio la canzone che aspettavo io (la storia di una vita), entrano un paio di pezzi usciti da poco. Non c’è spettacolo, c’è solo musica sul palco. Gli elementi restano semi immobili, i loro strumenti sono minimi. Total black come sempre per il resto, il bianco delle proiezioni di scenografia fa contrasto e da firma per un gruppo che vorrebbe entrare nella vostra camera proprio nel momento più bello sostenendo di poter mettersi sotto il letto e non dare poi fastidio. Un sono che è un abbraccio. Le luci cambiano colore, dal ciano di questa primavera all’arancione di questo appuntamento. Sono sul palco con il loro sound monocromatico, tardo-notturno, decifrabile fino a non più del 99% a spiegare che le sigarette fanno male tutte, tranne una.

“I’m a flash, you were blinded by the love I had …”

Il successo in espansione a macchine avanti tutta della band arriva dal loro essere trovati per caso su Youtube, attirati noi da titolo o copertina, finiscono condivisi su Facebook ad ingrossare le fila dei loro fans. Tutto questo ha un qualcosa di sognante, perché accade? Davvero l’atmosfera che riproducono è quella che ci mancava? Perché l’orecchio dell’ascoltatore italiano capisce una canzone in inglese tanto quanto capirebbe una in arabo, allora cosa? Davvero riescono a ricordarci tutto il sesso che non abbiamo fatto da quando c’è Netflix?

Non lo so, forse sì.

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Nanni Schiavo

Nanni Schiavo

Sono nato a Salerno e da allora ho (quasi) sempre vissuto a Potenza. Studio Giurisprudenza e nel tempo libero scrivo, imbratto carte. Ho pubblicato un primo libro e in questo periodo sto cercando di finire il secondo. Quando me lo posso permettere un viaggiatore, l’ultima volta che una ragazza mi ha lasciato ho deciso che in cinque anni avrei finito il giro dell’Europa. Disprezzo i trolley.
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