C’era una volta…Tarantino

 In Cinema e Teatro

Il nono film di Quentin Tarantino, C’era una volta a…Hollywood, è un capolavoro assoluto.
Basterebbe questo per definire l’opera più matura del regista di Knoxville, ma la cosa più interessante è che le ragioni che lo rendono tale sono completamente diverse da quelle che qualunque tarantiniano accanito potrebbe immaginare. C’era una volta a Hollywood è anti-tarantino, è l’espressione massima di una visione di cinema che non esiste più, l’elevazione dei caratteri canonici del regista verso qualcosa di più alto, sottile, artistico.
L’abnegazione di sé e delle sue opere, che paradossalmente si fa opera-madre di tutte le altre viste finora.
Ma andiamo per gradi.

Rick Dalton (Leonardo Di Caprio) è un attore che vive il suo tramonto, un tramonto che sta cominciando a sorgere, e non ha ancora la brutalità del compiuto, la depressione post-fama già ampiamente analizzata dalla storia del cinema; il suo, più che un declino, è un invecchiamento, che rispecchia magistralmente, in modo commovente, la disillusione di artisti e spettatori di un cinema che ha vissuto il proprio esaurimento negli anni ’90, poco dopo, infatti, l’ambientazione del film.
Dalton non è totalmente in malora: Tarantino ci lascia vivere la sua presa di coscienza (che sembra anche la propria, considerando l’intimità dei toni del film) che magicamente diventa collettiva, esondando dai margini dell’individuo e allagando un’intera cultura, un periodo storico e tutto il popolo americano.
Tarantino si pone un obiettivo culturale (cosa che mai aveva fatto prima), riuscendo con enorme successo ad uscire dalle limitazioni del suo stesso genere, per parlare con più ampio respiro, discutendo di lui e di noi, della totalità di un ambiente culturale e del mondo cinematografico. C’era una volta a Hollywood è uno spaccato quasi documentaristico, e la sua veridicità, coadiuvata da un romanticismo senza eguali, fa di questo suo penultimo sforzo l’opera più importante della sua carriera.

tarantino

Dimenticate personaggi iconici, figure simboliche e parodistiche di un concetto portato all’estremo, caratterizzate da tinte esagerate e pulp per definirne i contorni: i personaggi di C’era una volta a Hollywood sono umani nel senso più concreto del termine, definiti da un linguaggio tutto nuovo per Tarantino, che aveva abdicato la realtà per creare simboli.
Il regista gioca proprio su questo: ridefinire i suoi personaggi oltre il proprio modo di fare cinema. Il riferimento al cinema anni ’70-’80 è fondamentale per capire il senso di questo film, dove il protagonista è un attore iconico che vede esaurire il potere del proprio ruolo, mentre il cinema cambia gradualmente direzione, collegando questo concetto al proprio invecchiamento che è invecchiamento di un’immaginazione collettiva, di un’aspirazione romantica, quando il cattivo era cattivo in ogni piccolo gesto o frase, ed inevitabilmente si scontrava con l’eroe buono. Il citazionismo è infinito e indefinibile (essendo Tarantino probabilmente il maggior esperto di cinema di questo pianeta), e diventa impossibile collegare tutti i riferimenti.
Noi italiani, pur non appartenendo allo stesso sistema culturale, riusciamo però a comprenderli, essendone stati pesantemente influenzati.
Ovviamente il riferimento più importante è al cinema Western, superfluo specificarlo.

Tarantino crea quindi un trucco di magia, perché ci mostra un personaggio del suo cinema iconico, pur caratterizzandolo in modo completamente diverso dal solito, e mostrandone la parte che aveva sempre lasciato in cantina, inimicandosi molti gusti degli spettatori. Con quest’opera riunisce i due mondi, ricucendo uno strappo che sembrava impossibile aggiustare a questo punto della sua carriera.  Lo stesso fa con la trama, di solito ben definita e parabolica, che in C’era una volta a Hollywood non esiste: la sensazione è quella di entrare nello spaccato di vita di tot personaggi, abdicando a tutta la filosofia di tensione e maniacale scrittura dei suoi precedenti film. Questa volta, invece, non assisteremo allo slegarsi intrecciato e folle di una serie di eventi estremizzati, ma ci caleremo piuttosto in un mondo vivo, vero, che ci comunica la voglia di non perdersi fra i ricordi e la testimonianza di esistere ancora nella persona di Quentin Tarantino. Attraverso lo spaccato di vita di Rick Dalton, Cliff Booth (Brad Pitt) e, in minima parte, di Sharon Tate (Margot Robbie), lo spettatore viene coinvolto in un modo di percepire il cinema, la cultura, legato alla realtà del vivere solo dall’immaginazione di un altro spettatore (Tarantino stesso) che vuole a tutti i costi testimoniare il suo amore incondizionato.
Persino il tempo in C’era una volta a Hollywood non esiste: o meglio, non esiste un tempo scenico, narrativo, ma solo lo scorrere dei giorni e delle situazioni dei personaggi, delle loro vite e del loro continuo riferimento al mondo del cinema. I tre attori principali, incarnano sfumature della stessa arte che si fondono, creando un’unica entità che vive una trasformazione, percepita diversamente a seconda del ruolo incarnato: Dalton è la vecchia stella che si rende conto del proprio tramonto, Cliff Booth la manovalanza che sempre esiste, ma viene relegata ai margini dei riflettori e del successo, Sharon Tate il nuovo entusiasmo che si fa strada nel bagaglio immaginativo del mondo.

 

L’intimità e sottigliezza di un concetto del genere è bestiale, denotando una conoscenza del cinema, della sua storia, e soprattutto del suo rapporto con lo spettatore e la cultura sociale, davvero impressionante e senza eguali. Tarantino rende i personaggi simbolici oltre il simbolismo stesso, abdicando il proprio modus operandi e non rendendoli più perni per lo sviluppo della narrazione, ma veri e propri essere umani, nella loro più intima e comune accezione. Leonardo Di Caprio si attesta definitivamente come mostro sacro (per quelli che avevano ancora dei dubbi, come me), consegnando un’interpretazione che se non gli varrà l’Oscar, rimarrà comunque una delle migliori della storia contemporanea; si rende infatti capace di un lavoro immenso, interpretando egregiamente la triplicità di Rick Dalton: l’uomo fragile, l’attore bravo e l’attore che invecchia e si compatisce.
Nelle sue uscite recitative, Dalton ha un’anima in lotta, e Di Caprio risulta letteralmente da brividi per la bravura con cui s’immerge in questo conflitto, alternando interpretazioni magistrali (dei film nel film), a grossolane e patetiche uscite da sempliciotto, non essendo Dalton alla pari dei suoi colleghi più celebri di Hollywood.
La città diventa contenitore pulsante della narrazione, scenografia che si fa concetto fondante del film, oltre che potente simbolo.

La crudezza tarantiniana, che comunque aveva sempre avuto una forte influenza romantica, scompare quasi del tutto, e non si capisce nemmeno quante pareti (quarta, quinta) il regista distrugge, per definire il proprio linguaggio attraverso il tempo: sembra quasi che C’era una volta a Hollywood sia una specie di testamento, di spiegazione di chi è Tarantino, della logica dei suoi codici, della sua ispirazione e filosofia. Questo film vive una spensieratezza mai vista in Tarantino; quello che ne consegue è una forte nostalgia per qualcosa di mai vissuto, la definizione di una Hollywood allegra e colorata, quasi impacciata per l’ingenuità che vive e la miopia sul male che esiste nel mondo.
Un completo ribaltamento, per un regista che aveva fatto della brutalità il suo idioma primario, attraverso cui, sì, testimoniare valori positivi, ma sempre da collegare ad uno svolgimento violento e rude, in cui i personaggi si caratterizzavano per l’inerzia conseguente alla narrazione.
C’era una volta a Hollywood incarna la squisita espressione del film più tarantiniano, ma meno di Tarantino, di tutti.

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La rielaborazione del caso Tate attraverso l’iconografia dei personaggi di un vecchio bagaglio immaginativo, è indubbiamente la trattazione di un fatto di cronaca più originale dei nostri tempi. Non scenderò nei particolari per non rovinare l’esperienza, basti sapere che l’intuizione geniale si lega indissolubilmente con quanto detto sopra, e risponde in modo egregio ed ironico a quanti avevano storto il naso (io per primo) al pensiero che il regista che ha sdoganato lo splatter trattasse un evento così drammatico e segnante per l’immaginario comune.
Il caso Tate è lo spartiacque fra il mondo che Tarantino rimpiange e quello che venne dopo, come il risveglio da un’estasi collettiva che non è divinizzazione dello star-system ma spensieratezza, infantilismo quasi; la presa di coscienza di un’America che viveva di fiabe moderne, simboli e icone che foraggiavano positivamente la fantasia comune, esaltando un sistema di valori che si è esaurito nel tempo, perdendo il match ai punti con la cruda realtà della vita e del proprio tessuto sociale.

Quentin Tarantino, iconico e iconoclasta, che rielabora il risveglio del mondo post anni ’60 attraverso un romanticismo perduto, prendendo in giro sé stesso ed il suo lavoro, continuando a definire il proprio cinema come il più preparato e originale della storia moderna:
se non il miglior regista del mondo, sicuramente il più cinematografico.

Enrico Zautzik

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