Castelvania non s’ha da fare

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Siamo alla terza stagione di Castelvania, scintillante anime prodotto da Netflix ispirato all’omonima serie di videogiochi della Konami. In poche parole, un’americanizzazione selvaggia e impietosa di tutto ciò che rappresenta l’immenso universo dell’animazione nipponica, negli ultimi anni sezione sempre più corposa del catalogo digitale della piattaforma streaming.
La tendenza a puntare parecchio sull’accattivante senso estetico giapponese, e sulla enorme ed eterogenea varietà di temi trattati negli anime, è stata finora alimentata dando spazio a produzioni non originali: questa nobile usanza sembra invertirsi, ora che il colosso streaming ha deciso di iniziare direttamente a produrne per conto proprio.
E la differenza si avverte.

Castelvania non è altro che il modo in cui l’ottuso e sgraziato occhio occidentale guarda all’animazione giapponese: un miscuglio confuso di tratti sensuali, sangue a fiumi senza un perché, protagonisti stereotipati e bellissimi, ognuno a suo modo. Non v’è traccia della sottigliezza della scrittura, dell’analisi psicologica dei personaggi, della immensa e commovente delicatezza sentimentale che i giapponesi riversano in quella che per loro è la principale forma d’arte, o quantomeno la più presente.
Nemmeno un briciolo dell’accortezza con cui ogni mangaka che si rispetti tratta le proprie pagine, che sono l’originale ispirazione di quasi la totalità delle produzioni animate. Delle migliori, soprattutto.
Il peggior difetto di Castelvania è la dichiarata ispirazione anime, non certo la grafica animata: sceneggiatori e regista hanno dichiarato di aver preferito l’animazione in 2D puro per richiamare lo stile degli anime anni ’80, ’90, oltre che il chiaro riferimento non alle avventure di Dracula ma al videogioco di origine sempre nipponica. Tutta la questione è spiegata da un’altra porcheria targata Netflix che si chiama Enter the Anime: un documentario con il falso obiettivo di spiegare il mondo dell’animazione giapponese, che in realtà finisce per essere un’autocelebrazione di Netflix alle proprie produzioni, intervistando praticamente solo occidentali che hanno partecipato a questi lavori. Da Enter the Anime trasuda tutta l’arroganza pop di appropriarsi indebitamente di un mondo variegato e profondo. Scadendo quasi nell’offensivo, visto che nessuno dei maestri del mangaka o degli anime viene coinvolto. Come risultato, guardando Enter the Anime non si capisce nulla degli anime, seppur promettono di spiegarli, ma si capisce tutto di Castelvania.

Davvero incomprensibile uno scivolone del genere da parte di un’azienda che è a tutti gli effetti un colosso dell’intrattenimento: non si capisce come sia potuto accadere che, avendo mezzi e canali a disposizione, si sia preferito produrre tutto per conto proprio e poi promuovere i propri scadenti prodotti con un’apologia al limite del ridicolo.
Detto ciò, Castelvania ha però un lato lucente che non si può sottovalutare, e che dice molto del rapporto fra occidente, capitalismo e anime. Mentre infatti vere e proprie perle di scrittura e di animazione sono state deformate nella storia recente per mancanza di fondi o di produttori (anche per via di una competizione sterminata), il mondo più elitario e quindi più potente delle produzioni occidentali è in grado di dare la giusta spinta al soggetto scelto: Castelvania è infatti prodotto e diretto in modo spettacolare, e, anche se narrativamente assomiglia ad una telenovela di serie B, visivamente si assicura un posto di tutto rispetto nella gerarchia dell’animazione.
La parte tecnica è infatti un connubio perfetto di estetica giapponese e dinamismo hollywoodiano: le scene di combattimento sono dirette con una regia da kolossal, e i movimenti vivono di una fluidità e di un realismo spesso accantonati dalle produzioni nipponiche per i motivi di cui sopra.
C’è da dire anche che, col progressivo successo globale, affermandosi sempre più come oggetto del gusto internazionale, il mondo anime ha alzato di parecchio lo standard del comparto tecnico, sfruttando appieno le nuove tecnologie.

In questo senso si può affermare che Castelvania sembra nuovo ma è già vecchio: sarebbe stato rivoluzionario se paragonato alla staticità dell’azione di Dragonball, alla macchinosità di Inuyasha e Saiyuki (ricordiamoci: tutti disegnati a mano, illo tempore), ma, se comparato alle ultime stagioni di One Piece, o a Naruto, non sembra nulla di totalmente nuovo. Non c’è nemmeno bisogno di scomodare quel capolavoro senza tempo che è Cowboy Bebop o il remastered superlativo che è stato fatto con la trilogia de L’epoca d’oro su Berserk.
In definitiva, una pur eccellente qualità tecnica e grafica non possono assolutamente colmare la vacuità narrativa ed emotiva; lo squallore dei dialoghi insensati, la caratterizzazione dei personaggi tagliati con l’accetta.
Nulla di altro si può dire su Castelvania, se non che chiamarlo anime è un vero e proprio insulto: meglio cartone animato.

Enrico Zautzik

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