Captain Fantastic – Recensione

 In Cinema e Teatro

Immerso nel silenzio delle foreste nordamericane Bob (Viggo Mortensen) si dedica anima e corpo all’educazione dei suoi 6 figli. Li addestra al combattimento, alla caccia, alle arti della sopravvivenza. Li sottopone a rigidi allenamenti senza trascurare la fisica quantistica, la letteratura e la musica. Con fierezza, i suoi figli portano nomi inventati dai genitori, parlano 6 lingue e, invece del Natale, festeggiano il compleanno del linguista Noam Chomsky. Sono un po’ Marxisti e un po’ selvaggi, sopravvissuti all’apocalisse della società dei consumi. Bob è il loro “Fantastico Capitano”, il patriarca di un clan di ribelli. La notizia del suicidio della moglie malata di mente e del suo prossimo funerale costringe Bob a mettere i figli faccia a faccia con il mondo oltre la foresta. La sua meravigliosa idea di educazione verrà così messa a dura prova.

Acclamato dal pubblico del Sundance, di Cannes e premiato alla Festa del Cinema di Roma Captain Fantastic è un film dall’andamento semplice, a tratti classico, ma che si presta alle letture più variegate. E’ un film che si fa amare ma che d’altra parte potrebbe essere odiato con la stessa facilità. Questo dipende dalla predisposizione culturale se non addirittura politica dello spettatore, chiamato a confrontarsi con un concetto di educazione lontano mille miglia dai nostri canoni vigenti.

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La ciurma selvaggia di Captain Fantastic

Quanti genitori infatti accetterebbero il comportamento di Bob, che porta i suoi figli a scalare una montagna e guarda senza alcuna apparente agitazione uno di loro ferirsi, spronandolo a continuare perché “nessun aiuto magico verrà a salvarlo”? Senza parlare del suo rifiuto per le scuole e le istituzioni, cioè per quell’educazione che lo stesso Chomsky definì una volta “un sistema di ignoranza imposto”. Le scelte di Bob sono estreme, discutibili ma indubbiamente piene di fascino, trasformando i figli in “re filosofi” di una terra selvaggia. Matt Ross, regista di Captain Fantastic, lo sa e gioca non poco con questo scontro tra gli “eccezionali errori” di Bob e il comune senso della platea. Pubblico e protagonista infatti si incontrano a metà strada nel corso del film arrivando alla comune conquista di un compromesso.

Il viaggio on the road di Captain Fantastic offre così una panoramica paradossale su alcuni aspetti dalla società dei consumi americana (e non solo): “Sono malati?” chiedono gli atletici bambini alla vista di alcune persone obese; comico è anche l’incontro dei piccoli alieni con due cugini “normali”, ignoranti e lobotomizzati dai videogames. D’altra parte la comicità diventa meno scontata quando gli impavidi hippies si rendono conto di non avere alcuno strumento per affrontare anche le più semplici situazioni quotidiane. Le definizioni da dizionario dispensate senza parsimonia dal padre finiscono così con il suonare tragicomiche quanto inutili, mostrando la necessità di un modello educativo più mite ma non meno autentico.

Captain Fantastic è il figlio ibrido di Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze, dove un bambino scopre che anche i fantastici mostri hanno difetti umani, il grigio The Road (con lo stesso Mortensen), dove un padre cerca di insegnare al figlio come sopravvivere in un mondo spietato, e soprattutto del cult on the road Little Miss Sunshine . Purtroppo il film di Matt Ross perde il confronto con quest’ultimo, dove la caratterizzazione dei singoli personaggi era minuziosa quanto deliziosa. L’attenzione di Captain Fantastic è invece tutta focalizzata su Bob, un sempre magnetico Viggo Mortensen, capitano saldo nei principi, nemico della retorica, mai santo e sempre umano, che toglie non poco respiro narrativo ai figli di cui finiamo con il sapere poco e niente.  Il film non risente troppo di questa scelta (che anzi evita la semplice “variazione sul tema”), restando sapientemente in bilico tra sostanza e velleità visive/sonore indie.  

Captain Fantastic ha il sapore di un post-moderno Libro della Giungla per genitori, firmato spiritualmente da Noam Chomsky. Come nel classico di Kipling anche qui il passaggio da un’atemporale foresta fatata alle città dell’uomo segna il passaggio all’età adulta e alla conseguente crisi dei paradigmi paterni. E’ un viaggio di crescita che riguarda sia genitori che figli: al confine della foresta i capelli vanno tagliati e piccoli e grandi devono incontrarsi per imparare ad essere creature meravigliosamente selvagge anche nel mondo reale.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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