Capri – Revolution : Il cinema organico di Martone davvero respira e vive

 In Cinema e Teatro

Mario Martone completa la sua trilogia storica iniziata nell’Italia risorgimentale di “Noi credevamo” e proseguito con la biografia di Giacomo Leopardi, filmando con “Capri-Revolution” l’inizio del diffondersi della modernità (in una scena assistiamo all’inaugurazione della linea elettrica di Capri) e lo scoppio della Grande Guerra. Il film si ispira alla vita e al pensiero del pittore Karl Diefenbach, che si trasferì a Capri per fondare una comune fra il 1900 e il 1913, ma ha in sé anche i tratti di Joseph Beuys, figura centrale dell’arte contemporanea tra gli anni ’60 e ’70, e quelli di Ida Hofmann, madrina della danza contemporanea.
Lo spunto riguardante Diefenbach viene interpretato liberamente in Capri-Revolution da Martone, che ambienta la storia avanti nel tempo rispetto alla biografia del pittore per poterne sfruttare gli assoluti idealismi e confrontarli con il dibattito politico che imperversava nell’anno in cui l’Italia si preparava a entrare nel primo conflitto mondiale. Le parole che leggiamo in sovrimpressione nel trailer (“Niente è più rivoluzionario del desiderio di libertà”) ben riassumono cosa abbiamo di fronte. Capri-Revolution è infatti un film drammatico che ragiona sul senso dello stare al mondo e sull’utopia di un modello hippy diverso da quello imperante, ma anche sul senso da dare al progresso tecnologico e al rapporto fra l’uomo e la natura: argomenti densi, che qua e là appesantiscono la narrazione, ma che – seppur non sempre opportunamente affrontati – non la affondano.

capri batterie regia mario martone foto di scena mario spada

La storia si concentra su una giovane capraia di nome Lucia (interpretata da Marianna Fontana) che si imbatte per caso in una comune di giovani nordeuropei, che si è trasferita sull’isola di Capri per sviluppare la propria idea di vita e di arte antesignana dei figli dei fiori. È un incontro che provoca in Lucia un profondo cambiamento e che produce un terremoto all’interno della comunità tradizionale alla quale appartiene la donna. Il terzo polo della trama è rappresentato dal giovane medico del paese (Antonio Folletto), un socialista che crede fermamente nella scienza e che troverà nel leader della comune (Reinout Scholten van Aschat) un rappresentante di convinzioni opposte alle sue. Entrambi con recitazioni meno incisive di quelle di Marianna Fontana.
Anche stavolta, come già accaduto con Il giovane favoloso, Mario Martone ha collaborato nella stesura del testo con la moglie Ippolita di Majo, ma stavolta la regia lascia brandelli sparsi delle proprie intenzioni durante lo svolgersi del film e non arriva ad analizzarne bene nessuna. Nell’insieme di materiale, il lavoro conclusivo del trittico dell’autore napoletano esplode per l’impossibilità di contenere adeguatamente tutta la sua voglia di presentare l’antinomia di un tempo e di un popolo, perdendosi nel vortice dell’artisticità e del suo contrario raziocinio. ambientando la vicenda nel 1914 ma inserendovi riferimenti culturali di decenni successivi.
Nonostante tutte le imprecisioni di Capri-Revolution che lo rendono poco credibile, si intuisce che l’idea di fondo è quella di proporre al pubblico non tanto dei personaggi ben costruiti quanto delle figure universali da far dialogare tra di loro: abbiamo dunque l’artista ecologista, il medico positivista e la donna in cerca di una nuova identità rispetto a quella impostale dalla società. Ogni personaggio del film
 è perciò incarnazione di un pensiero e Lucia è la concretizzazione del dinamismo che sa riconoscere le proprie origini, ma ha bisogno di guardare avanti, su una nave che possa donare una nuova vita in cui sperare. Lucia è la rivoluzione. Perché vive se stessa come una rivoluzione permanente attraverso l’assorbimento di idee e saperi. Come creazione e intenzione. L’utopia è un gesto quotidiano.

La visione della protagonista però ha difficoltà ad applicarsi allo sguardo del pubblico, che segue il racconto e le motivazioni del progetto di Martone, ma viene sovraccaricato da informazioni discordanti, che si perdono nel loro continuo divenire, nonostante la forza del film sia il passaggio dal quotidiano all’esoterico, dal razionalismo al mistico, dall’antropologico al filosofico. Tra Natura e Storia, ideali filosofici e socialisti, il film del regista partenopeo lascia un senso di amarezza e meraviglia: una fotografia folgorante, le musiche di Apparat avvolgenti, un’interpretazione che trasmette naturalezza e sentimento e una regia attenta e, al tempo stesso, visionaria. Tutto questo in un’isola, che respira e vive di libertà, vista come un paradiso terreste, ma non abbastanza lontana da quei colpi di fucile e quella morte che devasterà il mondo con le due guerre mondiali.

 

Nunzia Ilardo

Nunzia Ilardo

"Giurista" e lettrice, fuori posto e fuori tempo. Non sono un'amante del cinema, sono la moglie.
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