Capone one-man show

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Finalmente, dopo aver colpevolmente perso l’appuntamento del maggio 2020, sono riuscito a vedere Capone, uscito su Sky il 20 febbraio 2021.
Ciò che si propone di mostrare la pellicola di Josh Trank (Chronicle, I Fantastici Quattro) è completamente diverso dalle aspettative. Capone non è, infatti, il classico biopic-apologia del potere criminale e della furia sanguinaria di uno dei malavitosi più famosi e rappresentati di sempre.

Mettere in scena l’ennesimo film sulla ripetuta e ispiratrice parabola di Scarface sarebbe stato anacronistico (considerati poi i precedenti eccellenti), ed il regista, anche basandosi sulle proprie esperienze personali dopo le feroci critiche ai Fantastici Quattro, opta per un’esperienza totalmente diversa.
Capone è infatti una sofferente rappresentazione dell’infermità, capitanata da un superlativo Tom Hardy e supportata dal meno noto epilogo del famoso boss di Chicago, devastato a soli 48 anni dalle terribili conseguenze di una vecchia sifilide. Il nucleo del film è interamente incentrato sul tramonto della grandezza, non imposta in quanto figura del personaggio mitologico di Al Capone, piuttosto come comune possibilità umana, avvizzita e malmenata dalla malattia.

La scelta di rimarcare, ad esempio, l’uso del nome Fonse (o Fonzo, che doveva essere il titolo originario del film) serve proprio a ribadire la volontà di ritrarre il Capone intimistico, individuo, libero dalla prigionia della risonanza del suo nome e del suo ruolo nel mondo. Quello che ne viene fuori è una brutale e sofferente discesa nella demenza mentale, un percorso, per niente edulcorato, nei meandri di una coscienza vessata dalla malattia che, in un cliché da tragedia greca, si traduce in un contrappasso morale, per il quale Capone rivive e subisce l’efferatezza dei suoi crimini.
Emblematica e potente, la scena in cui sente alla radio il notiziario di quand’era in attività, che descrive il massacro di San Valentino. Una scelta ambiziosa e lodevole del regista, che elude l’ambiguità polemica sulla mitizzazione della criminalità, ma che purtroppo non si traduce in un capolavoro.

capone

Nonostante la mano di Trank dimostri gran qualità potenziale, Capone è troppo fermo sul punto ben chiaro già dai primi minuti; questo rende un po’ indigesta la visione di varie situazioni che si perpetrano sempre uguali, rendendo la pellicola incatenata alla premessa iniziale. Si stabilisce subito un’empatia credibile con il Fonzo malato, distrutto, che si piscia nei pantaloni senza nemmeno accorgersene: il problema è che il sentimento, insieme alla narrazione, non evolve se non negli ultimi minuti finali, lasciando una sensazione di incompiutezza. Anche la resa visiva non è particolarmente originale, e non gode di nessun esperimento registico capace di sopperire alla staticità narrativa.

Il maggior punto di forza, che rende Capone un bel film, nonostante la sofferenza cruda, è, ormai è inutile dirlo, quel mostro sacro di Tom Hardy.
Il suo è un soliloquio artistico degno dei maggior interpreti della settima arte, coadiuvato da un trucco impressionante capace, di per sé, di lasciare colpito lo spettatore; l’interpretazione di Hardy vale di per sé la visione, monumentale nel parlare italiano, criptico quanto eloquente nel recitare praticamente solo con gli occhi. Se immaginate l’ardua impresa di rendere una personalità così tipica ma sfaccettata, in un dato momento, con determinate premesse, inchiodato ad una sedia senza quasi parlare (Capone ha avuto un ictus dovuto alla neurosifilide, e durante la pellicola ne ha anche un altro), se non per grugniti gracchianti, avrete un’idea del talento necessario per renderla convincente ed attraente.
Il lavoro di Hardy è il solito, incredibile e stupefacente memorandum della sua grandezza attoriale, che, sebbene dai tempi di Bronson abbia ricevuto l’attenzione che merita, non viene mai adeguatamente celebrata.

Hardy è senza ombra di dubbio il miglior attore di questa generazione, per distacco netto, e ormai con una serie di testimonianze all’attivo da rendere paradossale parlarne. La sua definizione della fine di Capone è una stregoneria visuale che avviene attraverso soli cambi di espressione, rendendo tangibile lo spirito selvaggio del gangster e la sua dicotomia fra la confusione più totale e un’intelligenza attiva, calcolatrice.
Nella continua danza fra realtà e distopia onirica che Capone mette in scena, Hardy si destreggia con eclettismo sovrannaturale, dando vita ad un incubo lucido che arriva a terrorizzare, in alcuni punti. La sottigliezza con la quale riesce a riproporre la furbizia e l’estro di Capone, sebbene rinchiusa in uno scrigno immobile, vincolante, è la vera attrattiva del film, capace da sola di intrattenere e stupire lo spettatore.

In definitiva, Capone è un progetto ragionato, ricercato, che cerca qualcosa di diverso pur non riuscendo a tenere completamente fede all’ambizione del suo proposito.
Interamente sorretto dal miglior attore dei nostri tempi, va’ visto in lingua originale per apprezzarne lo sfumature e la recitazione in italiano, lingua preponderante mano a mano che la malattia peggiora, riportando Capone alle sue origini. Film adatto a chi non teme un confronto brutale con le imposizioni dell’infermità o a chiunque interessi il significato di recitare. Per i secondi, basta leggere alla voce Tom Hardy.

Enrico Zautzik

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