Cafarnao, essere bambini nella parte sbagliata del Pianeta

 In Cinema e Teatro

Tre anni fa mi trovavo in Francia per motivi di lavoro, una sera sono ad un aperitivo con amici, siamo tre italiani, un francese e un siriano. Nel chiacchiericcio un po’ brillo io e i miei conterranei iniziamo a lamentarsi del caos della fila alle poste in Italia, degli autobus che non passano mai e delle piccole rogne quotidiane, in fondo però – concludiamo – il nostro Paese un po’ malandato ci manca e ci torneremmo volentieri anche subito. Il ragazzo siriano, che vive a Parigi dove fa il commesso in un supermarket per pagarsi il dottorato senza borsa che ha vinto, pensando a voce alta dice: “Mah… anche il mio Paese mi manca, però non voglio tornarci…”. Ecco, in quel momento noi privilegiati occidentali avremmo voluto essere risucchiati dalla Terra insieme alle nostre file alle poste e agli autobus poco puntuali.

Beh, se non vi siete mai trovati al tavolo con un rifugiato politico, con un immigrato, con un clandestino o semplicemente con qualcuno nato nella parte sbagliata del Pianeta forse è il caso che vediate Cafarnao, quarto film della regista e attrice libanese Nadine Labaki, candidato sia agli Oscar che ai Golden Globe come Migliore Film Straniero.

Carfanao vuol dire caos, lo stesso che regnava nel quaderno di Labaki mentre prendeva appunti per questo film doloroso fino alle ossa che racconta la miseria umana e materiale che regna nelle strade di Beirut, dove neanche se sei un bambino hai vita facile, anzi.

Il j’accuse della regista in Cafarnao nasce da quello provocatorio di Zain (interpretato dal giovanissimo e straordinario Zain al Rafeea), bambino di 12 anni, che denuncia i genitori per averlo messo al mondo, una denuncia vera eh, in un tribunale, con avvocato, testimoni e verdetto finale.

Da questo espediente iniziale si snocciola la narrazione delle vicende del ragazzo e della sua poverissima ma numerosissima famiglia: l’estrema povertà, il lavoro minorile, la vendita della sorella undicenne ad un uomo molto più grande e la fuga rancorosa verso una città vicina in cerca di qualcosa di meglio.

Ma anche qui Zain sembra non trovare altro che miseria, sofferenza e diritti negati. Sul suo cammino però conosce persone che in quel mare di dolore sapranno dargli un briciolo d’amore, prime tra tutte Rahil (Yordanos Shiferaw), immigrata clandestina etiope, che lo accoglie in casa e gli affida le cure del neonato Yonas, che diventerà per Zain un nuovo fratello da salvare da questa esistenza infame.

Quello disegnato da Labaki è un mondo senza speranza, claustrofobico per quanto chiuso nella grettezza e nella crudeltà, non ci sono vie d’uscita per i suoi protagonisti, neanche uno spiraglio in lontananza che faccia presagire una luce alla fine del tunnel. Ogni tentativo del protagonista di Cafarnao di cambiare le cose in meglio si rivela infatti solo un espediente per sprofondare ancora più in basso.

Tutto questo dolore immane e senza una spiegazione, se non quella di essere nati sfortunati, sono raccontati e affrontati con la dignità degli eroi greci che vanno incontro al loro destino. Lo svelano non solo l’audacia e la forza di Zein, ma anche la pacata e rassegnata accettazione del destino da parte dei suoi genitori, ben consapevoli che nulla potranno fare per cambiare le sorti della propria famiglia e di tutta quella prole, unico bene che possiedono e che sottopongono a una continua lotta alla sopravvivenza.

La bravura degli attori, primo tra tutti il piccolo e prodigioso Zain al Rafeea, la fotografia di Christopher Aoun, con le lunghe inquadrature delle strade sgangherate, caotiche e lorde di Beirut, e le musiche, celestiali e delicate di Khaled Mouzanar, donano a questo film la bellezza poetica di cui è sacro custode.

Cafarnao è un film che impone a noi, che siamo nati nell’emisfero privilegiato, di guardare quello che succede ogni giorno dall’altra parte, senza girare lo sguardo, provando quella necessaria, umanissima, vergogna e impotenza di fronte a tanta sofferenza. La critica italiana che ha parlato di ricatto emotivoe di spettacolarizzazione del dolore, fa solo parte di quella fetta di popolazione che non ha il coraggio di vedere le cose come stanno, che sente il bisogno di dire che “sono tutte bufale” per poter dormire sogni tranquilli.

Ma qui forse abbiamo dormito fin troppo, ed è il momento di capire che la fila alla posta o il bus in ritardo, sono bazzecole in confronto ai problemi di chi ogni giorno muore di fame o di sete, di chi viene venduto come schiavo, di chi deve vivere sottoterra perchè non gli hanno concesso i documenti per vivere alla luce del sole.

Insomma Cafarnao più che un film è un dovere morale, un modo per ritrovare l’umanità che abbiamo perso tra un “Chiudete i porti” e un “L’Italia agli Italiani”, 120 minuti da guardare senza mai distogliere lo sguardo se non per cercare il fazzoletto nella borsa per asciugarsi le inevitabili lacrime.

Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
Post suggeriti

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca

fratelli sisters