Scopro Barbara Schiavulli per caso, partecipando ad un evento al Festival Internazionale di Giornalismo a Perugia, e subito mi rendo conto di essere nel posto giusto al momento giusto, e di avere fra le mani un libro che non mi deluderà.

La Schiavulli è da oltre 20 anni una cazzuta (concedetemi il francesismo) corrispondente di guerra nelle zone del Centrasia e Medio Oriente, ed è anche una donna con un pessimo senso dell’orientamento e a cui piace ballare la salsa.

Bulletproof diaries, edito Round Robin, inizia proprio con lei che dopo una lezione di ballo scopre dell’attentato alle Torri Gemelle e parte alla volta dell’Afghanistan perché convita, ancora prima che ne parlassero i media, che dietro tutto ci sia Osama Bin Laden, che da quando nel 1996 dichiarò guerra all’America divenne l’uomo più ricercato al mondo con una taglia da 25 milioni di dollari.

“C’è chi dice che non mi abbiano mai preso perché non faccio mai due volte la stessa strada”, dice scherzando durante l’incontro, e da quell’ironia trapela tutta la forza di chi decide di fare un mestiere del genere e ha rischiato più volte di rimetterci la pelle per amore della propria professione.

Ho sempre saputo di essere affetta dal morbo della partenza. Volevo raccontare, volevo conoscere, volevo capire il mondo e trasmetterlo. Per me essere una giornalista significava essere testimone di quello che accadeva nel mondo, raccontarlo era un privilegio di cui volevo essere parte.

La graphic è un via vai di flashback che ricostruiscono in modo lucido gli stadi evolutivi di Al Qaeda (la più nota organizzazione terrorista di matrice radicale islamica) e del suo fondatore, e insieme la storia di un paese dilaniato dalla dittatura e dal conflitto contro gli USA.

Bulletproof-diaries-21.jpgSe si trattasse solo di questo allora lo si potrebbe considerare un canonico reportage di guerra. Bulletproof diaries – e il titolo è quanto mai esplicativo – è piuttosto un racconto in prima persona della guerra e di come si fa un reportage, così che per la prima volta il lettore riesce a farsi un’idea di cosa significhi andare in giro con un taccuino in mano a cercare delle storie da raccontare in una città soggetta a bombardamenti.

E se detta così sembrerebbe di trovarsi di fronte ad un fumetto Marvel, ciò che invece rende la storia della Schiavulli non eroica anzi perfettamente umana sono i suoi dettagli, i divertenti aneddoti che accadono anche nelle situazioni più critiche, perché, come ha detto la giornalista in un’intervista, “i veri eroi sono le persone normali che la guerra la subiscono”.

Questa storia mi conquista nello stesso modo in cui mi ha conquistato lei quel caldo pomeriggio di aprile, perché quella energetica passione che produce ogni sua parola la si ritrova esattamente fra le tavole di questa graphic novel, che parla un po’ di lei e allo stesso tempo del mondo intero.

Il testo è sicuramente predominante rispetto ai disegni del fumettista Emilio Lecce, che talvolta fungono solo da accompagnamento, come se si trattasse di veloci bozze fatte velocemente sul proprio diario e mai portate a termine, e che quindi passano in secondo piano, mettendo in evidenza un approccio sicuramente più narrativo che illustrativo.

Tuttavia la scelta di usare il genere fumettistico per fare giornalismo risulta ancora una volta vincente: è immediata, chiara, diretta e nuova. Il lettore entra nella vita della giornalista e raggiunge a conclusione di lettura una consapevolezza nuova su questo mestiere e sulla sua importanza, e perché no, credo anche una voglia nuova di essere più informati su ciò che accade al di là della realtà occidentale.

A questo servono i giornalisti veri, a scavare, a coltivare fonti, a rappresentare una garanzia per il lettore. In Italia viviamo di giornalismo low cost, quello fatto da giornali che sfruttano gli esterni pagandoli due lire, consumando la voglia e la passione della gente. Ma il discount del giornalismo non crea né grandi giornalisti né il dibattito necessario in una democrazia consapevole. Questa oggi dovrebbe essere la guerra di ogni giornalista italiano che ama questo mestiere.

Secondo le notizie che nel corso degli anni ci sono state date Bin Laden sarebbe morto il 2 maggio 2011 ucciso dai militari delle forze speciali americane. La Schiavulli dedica un lungo e dettagliato commento a conclusione della storia per parlare proprio di questo e cercare di fare chiarezza su una vicenda su cui è stato detto e scritto tanto e la cui verità è stata più volte pilotata dalla politica e dai media stessi. Un invito a ripercorrere uno spaccato importante di storia contemporanea attraverso le parole di chi pratica questo mestiere con competenza, professionalità e dedizione.

Valutazione dell'autore

Giulia Mele

Giulia Mele

In un momento imprecisato di un giorno qualunque mi è capitato di innamorarmi follemente delle parole. Da Tucidide a Capote, faccio delle storie immaginarie e di quelle suoi giornali il mio pane quotidiano, alternando la lettura alla scrittura. Passerei la vita con lo zaino da viaggio in spalla, ma al momento vivo a Londra (e sì, ho la moka nella mia credenza).
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