Dario Brunori rientra in quella ristretta cerchia di autori/cantanti/musicisti italiani che continueremo a ricordare anche tra trent’anni, perchè è tra i pochi che riesce a raccontare in maniera così immediata, diretta e spontanea le vicende quotidiane, le piccole e grandi paure, le contraddizioni, le amarezze della maggior parte di noi. E lo fa con la tenerezza di chi le ha vissuto sulla propria pelle, in prima persona, anche quando brunori-sas-640x360sembra puntare il dito contro i comportamenti superficiali, contro i modi di pensare omertosi, contro la difficoltà di iniziare ognuno una piccola rivoluzione del proprio mondo, per poi estenderla al mondo intero, fatto di tanti altri miliardi di mondi e di piccoli o più grandi microcosmi.

A casa tutto bene è il quarto lavoro discografico di Brunori Sas, un disco che fa a gara con Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi come miglior opera del cantautore calabrese. A differenza dei precedenti album, Brunori abbandona (solo in parte) la spiccata ironia, le battute ammiccanti e un po’ di brillantezza, scrivendo testi molto più concreti, diretti, a volte caustici seppur mai cinici che raccontano si l’amore (morboso e violento in Colpo di pistola, violato ed amaro in Diego e io), ma anche la società d’oggi e le sue paure, che portano all’ignoranza, che genera incomprensioni, che a loro volta generano il menefreghismo, che a sua volta genera l’omertà. Ad influenzare la scrittura di questi brani, talvolta in maniera anche palese, c’è la scuola di cantautori emiliani e romagnoli, tanto che in alcuni passaggi è difficile capire se Dalla non si sia impossessato del cuore e delle dita di Dario Brunori, sia per quanto scritto sia per come cantato.

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L’uomo nero è il titolo geniale di una delle più belle canzoni che ascolterete quest’anno. L’uomo nero in questione non è, come verrebbe da pensare ingenuamente, un mostro dei sogni che spaventa i bambini (o forse si?) o un abitante dell’Africa sub-sahariana, bensì un moderno fascista, un uomo intollerante, che disprezza l’altro, il diverso, che teme per la sua incolumità se sui mezzi pubblici incontra un ragazzo arabo che prega leggendo il Corano. E poi ecco che proprio mentre punta il dito verso altri, Brunori punta il dito contro se stesso, che come ammette egli stesso ha pensato che per cambiare il mondo potesse bastare una canzone, che per vivere una vita felice o quantomeno tranquilla bastasse non avere figli, e invece no. In questo caso, più che Dalla, sembra di ascoltare Niccolò Fabi per la melodia della voce e l’arrangiamento del brano, ma la canzone è bellissima, e chi se ne frega a chi può assomigliare.

 

Il tema della paura torna anche in Don Abbondio, pezzo però decisamente meno incisivo del precedente, in cui c’è una critica contro tutto e tutti: contro lo sfruttamento degli immigrati, contro la vicenda tragicomica della Salerno-Reggio Calabria, contro la malasanità, contro la tendenza ad aggirare i problemi senza affrontarli, contro le mafie. Cosa ci lascia però questo elenco di criticità? Uno sfogo? O una serie di domande senza risposta? Data la stima che ho per Brunori, propenderei per quest’ultima risposta.

A casa tutto bene ha però anche i suoi momenti proattivi ed ottimisti, come in Il costume da torero, con le voci dei bambini che alleviano per un attimo le riflessioni suscitate dai pezzi precedenti, o come in Canzone contro la paura o in La vita pensata. Tre canzoni accomunate anche da ottimi arrangiamenti, scelte strumentali inusuali ben inserite in un tappeto musicale prezioso ma che mai va a sovrapporsi al testo, che ha sempre dignità di protagonista.

Il vero capolavoro del disco è la sua traccia di apertura. La verità è un invito alla vita, a scoprire sé stessi, a darsi la possibilità di essere ciò che si vuole, a rinnegare l’esistenza scandita dalle aspettative altrui e dall’apparire in un certo modo per essere apprezzati. Un calcio nel culo a tutte le sovrastrutture che la nostra testa costruisce per seppellire le pulsioni e le necessità dell’anima, una provocazione per risvegliare emozioni messe a tacere. La verità è una canzone scomoda che non puoi fare a meno di ascoltare per ritrovare te stesso, per risvegliarti dal torpore della quotidianità e ricordarti che hai la possibilità, nel tuo piccolo, di essere unico. Con un pizzico di coraggio e la volontà di compiere un passo nel buio. Il fatto che poi tutto ciò sia urlato su un ritornello fatto a regola d’arte, permette a questa canzone di entrare in testa e non uscire più.

Penso proprio che alcune canzoni di questo album me le ricorderò anche tra trent’anni.

Valutazione dell'autore
Carlo Maria Gallinoro

Carlo Maria Gallinoro

Carlo Maria Gallinoro è nato a Napoli nel 1990. Dai 13 la musica diventa il suo secondo sangue, dai 20 la medicina diventa il suo percorso. Suona chitarra e pianoforte. Fotografa spesso la sua città. Capace di perdersi in un bicchier d'acqua, e di affrontare oceani aperti senza paura.
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