Quel concerto che è Bohemian Rapsody

 In Cinema e Teatro

Bohemian Rapsody, ad un mese dall’uscita negli Stati Uniti, ha già incassato 540 milioni di dollari.
Niente di inaspettato per il film su una delle band più famose, innovative ed originali di tutta la storia della musica, i Queen.
Numeri da capolavoro del cinema (o da blockbuster, che dir si voglia): ma lo è effettivamente?
Per cercare di capirlo bisogna andare indietro nel tempo, nel lontano 2010, quando il chitarrista della suddetta band, Brian May, annunciò per la prima volta che fosse in cantiere un film sulla loro storia.
Una premessa necessaria da fare è che sì, i Queen sono grandissimi musicisti e tutti hanno contribuito a creare vere e proprie pietre miliari della musica rock (lo stesso Brian May figura al 26° posto nella classica dei migliori chitarristi di tutti i tempi secondo la rivista Rolling Stone) ma, indubbiamente, colui che li ha resi celebri e di immediato riconoscimento nella cultura popolare di tutto il pianeta è stato il loro frontman, Freddie Mercury. Per i non appassionati il nome di Brian May può suggerire qualcosa, Freddie Mercury dice tutto.
E non solo: Mercury è stato una vera e propria icona mondiale degli anni ’70 e ’80, oltre che diventare, in modo controverso e più postumo forse, un’icona della libertà sessuale oltre il genere.
Quindi, se si parla di un film sui Queen, fondamentalmente si parla di un film su Freddie Mercury, ed è proprio questo il primo punto grattacapo della mia disamina.
Inizialmente il ruolo fu assegnato a Sacha Baron Cohen che, nel 2013 lascia la produzione per “divergenze con gli artisti della band”; i Queen sostennero che la presenza di Cohen avrebbe “distratto gli spettatori” mentre lui, anni dopo, avrebbe dichiarato in un’intervista:
«[alla domanda se i problemi fossero sorti per il fatto che lui voleva entrare nei dettagli della vita di Mercury, compresa quella sessuale] Sì, assolutamente. Ci sono storie sconvolgenti su Freddie Mercury, era una persona “selvaggia” e aveva uno stile di vita estremo, dissoluto… Lo sai, ci sono storie di… come chiamarli? “Persone di statura minuta” con un piatto cosparso di cocaina che andavano su e giù durante i suoi party. E lo capisco, loro sono una band e vogliono difendere l’eredità della band, lo comprendo benissimo. […] Non avrei neanche dovuto portare avanti la cosa perché [alla prima riunione] un membro della band, non dirò chi…
[“Brian May?”]
Non dico niente! Mi disse “sai, questo sarà proprio un gran bel film, perché a metà succede qualcosa di sorprendente”. Io gli faccio: “Cosa succede?” e lui: “Muore Freddie” “Ho capito, ho capito: è un po’ come Pulp Fiction, il finale è a metà, l’intermezzo è alla fine… Ok, è un film spericolato, interessante, non ci avevo pensato!”. Lui mi risponde: “No no, è un film normale”. Così gli domando: “Ma allora che succede nella seconda parte del film?” e lui: “Diciamo che si vede un po’ come la band va avanti facendosi forza, cose così…”. Sicché gli dissi: “Ascoltatemi, nessuno andrà mai a vedere un film dove il personaggio principale muore per AIDS e voi andate avanti!”»

bohemian rapsody

Insomma, un addio formalmente consensuale ma che sembra lontano dall’idea di pacifico accordo.
Se ci si riflette un attimo, si può notare innanzitutto come Cohen sia molto più simile a Mercury del grande Rami Malek, nulla da togliere a lui ed alla sua interpretazione, e ci si inizia già a rendere conto di come la cosa sia stata “arrangiata”.
Ma non è stato solo questo il problema che ha posticipato la data di uscita dall’iniziale 2013 ad addirittura cinque anni dopo. Anche alla regia ci sono stati parecchi problemi, con la cacciata di Brian Singer e l’arrivo di Dexter Fletcher a riprese praticamente ultimate per finire gli ultimi ciak ed occuparsi della postproduzione senza nemmeno essere accreditato.
Tutte queste notizie possono sembrare banali ed ordinarie nel mondo del cinema, ma a mio avviso hanno influito più del solito visto il risultato finale.
Bohemian Rapsody è un film carino, ma nemmeno lontanamente paragonabile al capolavoro che poteva essere e che, forse, avrebbe dovuto essere in omaggio a quello che sono stati i Queen per la storia della musica moderna e Freddie Mercury per l’impatto socioculturale del ventesimo e ventunesimo secolo.
Il film si salva con un espediente facile: la musica.
Si perché dei 136 minuti di film una gran parte è riservata alla musica dei Queen, alternando i pezzi originali ad una sapiente trovata della produzione: invece di far cantare il povero Malek in playback, ma rimanendo succubi dell’impossibilità di imitare la voce di Freddie Mercury, le voci dei due sono state “mixate” in aggiunta a quella di Marc Martel, cantante canadese molto famoso proprio per la somiglianza della sua voce con quella del frontman mitologico.
Questo rende l’idea di quanto sia stato importante e fondamentale la componente sonora nella realizzazione del film, e quanta attenzione sia stata spesa per renderla al meglio.
Il che di per sé non è certo un problema, ma lo diventa se poi consideriamo il lato cinematografico dell’opera. Ed è qui che casca l’asino.
Perché la parte cinematografica di Bohemian Rapsody (tolta la buona interpretazione degli attori e la grandiosa di Malek, che pecca solo a volte di rendere troppo effemminato Mercury ma è il vero faro di questa pellicola) non è davvero nulla di eccezionale. Sorvolando sulle incongruenze biografiche che stanno dividendo i fan accaniti sul giudizio al film, che comunque non sono per nulla gravi, sebbene alcune davvero immotivate, ed apprezzando con entusiasmo ed euforia le grandiose parti musicali, Bohemian Rapsody manca di una particolarità identitaria, qualcosa che lo classifichi come capolavoro e che gli dia una caratterizzazione unica. Non ha una particolare sperimentazione ideologica né un montaggio che cerchi qualcosa di diverso dal compito da portare a casa. L’ortodossia è anche nei contenuti.

Basti pensare alla totale assenza di una riflessione vera sulla sessualità di Mercury, se non qualche accenno confuso che non dà una vera risposta al bisogno imprescindibile di sottolineare questa sua tendenza, o, ancor peggio, a tutta la questione identitaria di Farrokh, che cambiò nome non certo in virtù di un vezzo da prima donna, ma per un profondo bisogno di accettazione britannica o qualsiasi altro motivo che non è per niente stato analizzato.
Di conseguenza sono assenti tutte le controversie legate al personaggio di Mercury accusato spesso di voler “nascondere” la propria identità zanzibariana, o quella omosessuale, ed in seguito perfino ricusato di trasmettere il messaggio che essere malati di AIDS fosse una vergogna, questo per la sua scelta di vivere la malattia in modo del tutto privato.
Insomma tutta una serie di vicende che riguardano Islam, immigrazione e sessualità che mi sembrano temi abbastanza pertinenti a questo 2018.
Ma non è nemmeno la volontà di soprassedere a qualsiasi cosa non fosse la musica il problema: il punto focale del film sembra confuso, non si riesce a dire se siano i Queen o Freddie Mercury. Ovviamente godendo di più spazio, il celebre frontman conquista in pieno la definizione di protagonista, eppure l’insufficiente caratterizzazione della profondità e particolarità di una figura del genere non rende onore al mito iconico che il cantante è stato.
Parafrasando Sacha Cohen quindi, viene da credere che sia un film volutamente ristretto e dogmatico, cosa inaccettabile da associare ad un personaggio come quello analizzato.
È evidente infatti, durante la visione, come Bohemian Rapsody sia colpevolmente edulcorato, e di come si appoggi su una serie di stereotipi hollywoodiani sulle rockstar (facciamoli suonare forte, critica e discografici non capiscono niente, siamo incompresi perché siamo artisti ecc. ecc.); nulla di forte viene fuori da due ore piene di film, se non un resoconto musicale che però andrebbe meglio affidato ad un documentario.
Tutto ciò non lo rende un film inguardabile, eppure si percepisce chiaramente come sia la musica dei Queen a tenerlo in piedi piuttosto che il lavoro cinematografico.
Sarebbe stato più apprezzabile a mio avviso, trovare una soluzione più impudente, più visionaria, oppure in alternativa estremamente biografica della storia della band.
Invece risulta palpabile l’indecisione ambigua fra il tributo e la volontà di non osare, mentre concettualmente Bohemian Rapsody aleggia per due ore nell’incertezza fra il parlare dei Queen o di Freddie Mercury.
Non si può dire se questo sia dovuto alle tribolazioni per la nascita di questo film, o ad una precisa (ma a questo punto dubbia) scelta artistica, o ancora alla non sufficiente competenza per raccontare visivamente una storia del genere.
Fatto sta che rimane un’opera a mezzo servizio, un’occasione non sprecata ma sicuramente sparata a salve.

Enrico Zautzik

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