Blur – The Magic Whip – Recensione

 In Musica

Non lo nascondo, aspettavo questo ritorno da una vita. Ebbene sì, i Blur dopo sedici anni sono tornati in forma più che mai, quasi come agli albori della loro carriera. Si capisce perciò da quale parte possa stare nella guerra per lo scettro del brit-pop in cui erano presenti anche Oasis e The Verve. Un po’ perché alla fine prediligo le sperimentazioni e questa loro personalità molto british, un po’ perché c’è un legame sentimentale nei loro confronti.

Copertina del famoso Best Of

Copertina del famoso Best Of

Tutto nasce il giorno in cui, nel lontano 2000, arriva in casa un cd che già a partire dalla copertina inizia ad affascinarmi: quattro volti disegnati in uno stile da fumetto attirano subito la mia attenzione. Pensando di avere a che fare con cartoni animati o cose del genere, inserisco il cd nello stereo. Non era nulla di tutto ciò, era il Best of dei Blur quello che stavo sentendo e per me, che all’epoca ascoltavo solo quello che capitava, si è trattato di un vero e proprio momento di svolta che mi ha aperto gli occhi, ma forse in questo caso le orecchie, verso un mondo musicale fino a quel momento ancora sconosciuto.

E fa davvero uno stranissimo effetto riascoltare dopo così tanto tempo un disco con la band in formazione originale. È un po’ come se arrivasse oggi il regalo che aspettavi dal Natale 1999, senza nessuna variazione da come te lo eri immaginato. Perché la caratteristica principale di questo ritorno è che non ci sono stati cambiamenti: i Blur sono quelli degli anni ’90! Lo si capisce già dalla prima traccia, Lonesome Street,  dove si riesce a percepire un qualcosa di familiare forse proprio grazie a Coxon e alla sua chitarra. Sembra un viaggio vent’anni indietro nel tempo, così come in Go Out, con queste schitarrate che richiamano alla mente 13, il loro sesto album. Variazioni di atmosfere, invece, nel caso di New World Towers, un pezzo quasi sci-fi impreziosito da chitarre minimal.

Si può quindi dire già da subito che il disco è un lavoro molto omogeneo. E questo grazie anche al rimaneggiamento in gran segreto da parte di Graham Coxon, che lo ha reso un prodotto da band e non un derivato di Albarn come può essere invece definita la quarta traccia, Ice Cream Man: synth in puro stile Gorillaz per un pezzo di carattere che è anche quello che fornisce il nome e pure la copertina del disco. Il testo parla di oppressione, tematica ricorrente in tutto l’album. La ritroviamo infatti in Thought I Was A Spaceman: la drum machine scandisce bene il clima e frontman e chitarrista si dividono i vocals, come anche in Pyongyang oppure in There Are Too Many Of Us, moderna marcia militare impreziosita da archi. Rompe gli schemi la punk I Broadcast, mentre con My Terracotta Heart ci ritroviamo in balia di chitarre, di Beatlesiana memoria, che piangono dolcemente. Vero gioiellino è la morbida e vivace Ghost Ship, la migliore di tutto l’album: 5 minuti di puro stile. Se prima si parlava di Beatles, per questo pezzo non si può non pensare, invece, a David Bowie. Chiudono il tutto la semplice e divertente Ong Ong e l’orientaleggiante Mirror Ball.

Blur finalmente al completo

Blur finalmente al completo

Se questo è il risultato di soli 5 giorni di lavoro, non oso immaginare cosa possano tirare fuori in poche settimane. Ci troviamo davanti a un disco quasi perfetto e a una band che ha deciso di ritornare senza negare il proprio passato, ma anzi di rielaborarlo e renderlo così attuale. Se i voti fossero da 1 a 10, ci potremmo benissimo trovare di fronte ad un 9+, anche perché l’unica pecca è la mancanza di vere e proprie hit, ma alla fine è un po’ il loro marchio di fabbrica e a noi piacciono così. Godiamoci questo graditissimo e riuscitissimo ritorno, con la speranza che tra questo e un prossimo disco non passino di nuovo quasi venti anni. Welcome back guys!

Marinella

Marinella

Un nome singolare ma cognome plurale. Estremamente ostinata e sospettosa, amante degli anni '90 e dei minipony, medaglia d'oro nella maratona di serie tv. David Bowie unico Dio.
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