I progetti troppo acustici non mi hanno mai fatto entusiasmare, quindi la formazione dei Blindur, voce-chitarra e banjo-voce, ha sempre fatto sì che non mi avvicinassi alla loro musica. D’altro canto, però, ho sempre seguito la loro storia e i loro sviluppi, li ho sempre visti come dei gran lavoratori e sempre ammirati per una certa spontaneità che veniva fuori dai social: non vedevo nulla di costruito e artefatto in ciò che comunicavano e nel modo in cui lo comunicavano.

I Blindur all'Alcatraz di Milano, in apertura ai The Zen Circus

I Blindur all’Alcatraz di Milano, in apertura ai The Zen Circus

Era per questo che, nonostante le ritrosie prettamente musicali, da un po’ mi ronzava in testa l’idea di ascoltare qualcosa del duo, anche perché i suoi componenti, Massimo de Vita e Michelangelo Bencivenga, sono due individui che con la musica ci hanno a che fare da tempo, che la conoscono bene: ci lavorano quotidianamente, sia come produttori e arrangiatori, che come turnisti e fonici.

Quando ho saputo che era uscito il loro disco, mi ci sono quindi subito fiondato, e ne sono rimasto estremamente soddisfatto.

Copertina di Blindur

Copertina di Blindur

Blindur, oltre al nome del gruppo, è anche il titolo dell’album, e racconta alla perfezione il mondo di Massimo de Vita, che del duo è autore di testi e musiche. Comincia a raccontarlo a partire dalla copertina, su cui il titolo è scritto in braille, richiamo esplicito alla non vedenza di Massimo (tra l’altro Blindur in islandese vuol dire proprio “cieco”), ma lo racconta anche in più testi del lavoro, che con ogni probabilità sono autobiografici. La caratteristica delle liriche dei Blindur è, però, il fatto che a partire da storie personali e di soggetti più o meno vicini, si arrivi sempre a un messaggio universale o comunque a situazioni in cui tutti ci potremmo immedesimare.

Altra sensazione provata durante l’ascolto, è che Massimo non evochi solo immagini, ma anche odori, suoni e sensazioni tattili delle storie raccontate, ci fa letteralmente entrare al loro interno; tutto ciò è dovuto a testi che talvolta perdono di raffinatezza a favore di frasi nude e crude, magari un po’ “troppo” semplici e poco poetiche, ma che riescono perfettamente nell’intento su citato.
Per quanto riguarda la produzione (questa sì curata da entrambi i Blindur, che hanno anche praticamente registrato tutti gli strumenti nel loro studio “Le Nuvole” di Cardito e ne “Gli Artigiani Studio” di Roma) non c’è nulla da dire, se non parole di encomio. Il disco ha spiccati riferimenti al folk americano, e in alcuni frangenti viene a galla anche qualcosa dell’ultimo Niccolo’ Fabi, (e venga questo preso come un grande complimento). Da notare il fatto che sebbene la parte ritmica sia ridotta all’osso, le canzoni mantengono una certa possenza grazie al super lavoro fatto in fase di arrangiamento degli strumenti a corde che non fanno minimamente avvertire la quasi totale mancanza di batterie.

Il lavoro non manca di collaborazioni. Alla scrittura di Imprevedibile ha partecipato Carola Moccia degli Yombe, mentre in Lunapark ascoltiamo Bruno Bavota al piano e Maurizio Loffredo alla lapsteel guitar.

Blindur è un lavoro arioso, leggero e pop, che ha grandi potenzialità e grande facilità di presa nel pubblico. Forse per questo l’etichetta storica dei Tre Allegri Ragazzi Morti, La Tempesta, non se li è fatti scappare. Non perdete neanche voi l’occasione di ascoltare un bel disco di fattura partenopea, ma non in lingua napoletana, cosa davvero rara di questi tempi.

Franco

Franco

Nasco 22 anni fa a Napoli, sono di base a Bologna ma vivo a Granada (per ora). Studio economia, fotografo, suono. Scrivo di musica perchè è l'unica cosa che mi fa muovere la penna. Sono riuscito ad attraversare tutti i fiumi e torrenti che la vita mi ha posto davanti, ma sono caduto nel vino.