Il canadese Denis Villeneuve firma uno dei sequel più temuti dell’intera storia del cinema, in un momento in cui Hollywood, con il fiato delle serie TV sul collo, cerca nuovi impulsi vitali soltanto nei suoi cimiteri monumentali. Bisogna portare alla luce gli amabili resti di un estinto e replicarlo con la speranza che il cult diventi marchio. È un’operazione rischiosa. Un errore basterebbe infatti a dimostrare che il re è nudo. In un contesto del genere, di replicanti e di repliche alla ricerca di una propria identità, un film come Blade Runner 2049 è semplicemente perfetto.

Senza nulla dire, vi basti sapere che gli androidi continuano a servire da forza lavoro per la colonizzazione intergalattica e gli agenti “blade runner” a dare la caccia ai fuggitivi, ormai privi anche del vecchio limite alla longevità. Protagonista è il cacciatore K. (Ryan Gosling) che dopo aver “ritirato” un androide clandestino s’imbatte in qualcosa che potrebbe davvero sconvolgere gli equilibri del mondo.

Molti sono gli agganci, i riferimenti visivi e sonori alla mitologia precedente ma ben poche volte ci dimentichiamo che Blade Runner 2049 è innanzitutto un film del regista di Prisoners, Sicario, Arrival. I punti fondamentali naturalmente restano gli stessi dell’originale. Blade Runner era un film di occhi artificiali che tradivano desiderio bruciante di vita e paura di morte, interrogando lo spettatore su cosa definisse un “essere umano”. Così Blade Runner 2049 non può aprirsi se non con un occhio spalancato su un mondo non più bruciato dalle ciminiere ma dominato da silenzi glaciali. Vediamo distese enormi di pannelli solari, piantagioni di vermi proteici. Denis Villeneuve immagina un futuro nel quale progresso e distopia non si contraddicono immediatamente.

In Blade Runner 2049 tutto è enorme. Ogni inquadratura abbraccia anche uno spazio vuoto, ora freddo ora torrido, mai veramente vivo, lontano dalle claustrofobiche atmosfere di Scott ma ugualmente efficace nel trasmettere un senso di smarrimento e di solitudine: le strade sono meno affollate ma anche i vecchi venditori di noodles sono stati sostituiti da distributori automatici; Le case sono ben illuminate ma abitate da intelligenze artificiali programmate per amare, potenziabili come una qualsiasi app (forte è l’eco di Her). Tutto è ridotto ad un prodotto o ad uno scarto. La ricerca di qualcosa di autentico è ostacolata da un imperversare di “glitch” che mostrano le trame discutibili della realtà e ne rendono la coscienza effimera come “un fiocco di neve sulla mano”. Sentirsi veri in un mondo nel quale anche l’umanità è una specifica tecnica non deve essere facile a prescindere dalla propria natura.

Si approfondiscono le questioni lasciate in sospeso nel primo, sull’innesto della memoria, sulla vita e l’evoluzione degli androidi, a volte eccedendo in quello spirito didascalico che accomuna tanto cinema moderno. A pagarne è una certa poesia dell’ambiguo che caratterizzava l’originale Blade Runner. Come accade nella prima scena, che ricorda per certi aspetti quella di Sicario: basta rompere una parete per definire con chiarezza i ruoli di cacciatore e preda, di umano e androide. A questa tendenza fa da contraltare la regia di Villeneuve che trasforma l’immagine nuda e cruda in un testo a sé stante, una dimensione dalla quale farsi avvolgere fisicamente, piena di risonanze letterarie: da Kafka a Nabukov, passando per Stevenson, la Bibbia, la mitologia nordica e naturalmente Philip Dick. Rispetto al compartimento visivo, fotografato magnificamente da Roger Deakins, e a quello sonoro (Zimmer/Wallfish)  i dialoghi sono di gran lunga meno interessanti, con i lunghi soliloqui irritanti di Jared Leto e in generale una sceneggiatura, firmata dalla stessa penna del primo, Harold Fancer, che a volte cede a convenzioni ormai consumate, a volte si perde in lungaggini inutili, a volte concede piccoli momenti di sorpresa. Così Blade Runner 2049 viaggia sulla linea di confine che separa un blockbuster codificato da un’opera a tutto tondo. Tra indizi evidenti, false piste e colpi di scena alcune domande diventeranno ormai inutili perché, come dice Harrison Ford/ Deckard “Io so quello che è vero”. Rappresentazione, percezione e realtà sono ormai collassate. Non resta che un senso dell’umano del quale riappropriarsi al di là delle mere definizioni biologiche. In questo modo  Villeneuve si mostra meno lapidario di Scott (quello della magnifica Director’s Cut). Qui c’è addirittura odore di speranza.

Ci sono scene (il cabaret di “fantasmi”) e personaggi memorabili (veramente toccante la creatrice di memorie) in Blade Runner 2049 che nel bene e nel male si mostra per quello che è: figlio di una precisa industria cinematografica ma anche di un preciso tempo storico, delle sue paure e dei suoi sogni stordenti, capace di farci provare pietà anche per un ologramma difettoso. In questo senso Villeneuve centra l’obiettivo con un film che si articola come una ricerca di lucidità in un mondo che sopravvive alla negazione della memoria ma allo stesso tempo si circonda di cimiteri di ogni sorta, che accarezza la libertà ma ne teme la responsabilità. È un sogno lucido nel quale farsi guidare più da quello che viene suggerito che da quanto si dice apertamente. Blade Runner 2049 riserva i suoi momenti migliori quando si mostra come un’interpretazione gigantesca dell’originale da parte di Villeneuve più che una sua mera prosecuzione. È un film che si prende il tempo necessario (molto, siete avvertiti) per far decidere allo spettatore (e solo a lui) se fare o meno un passo verso lo schermo, trasformando la visione in qualcosa di veramente memorabile. Non parliamo di un capolavoro ma di un film che sicuramente vale la pena di vedere nel buio di una sala. Credo che andrò a vederlo una seconda volta.

Valutazione dell'autore

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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