Nell’estate del 2015, sono stato in Birmania o Myanmar.

Il doppio nome è lo specchio di un passato complicato caratterizzato da guerre civili e dittature militari che si sono interrotte solo di recente grazie al “Fronte di Liberazione” capeggiato dal Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Costretta agli arresti domiciliari per circa vent’anni da una giunta militare poco dopo aver vinto le elezioni nel 1989, l’attuale ministra degli esteri birmano sta guidando il paese verso la democrazia con più d’una difficoltà e polemica.

Per via del suo passato travagliato, il percorso di ammodernamento della Birmania è iniziato da poco. Noto questa cosa già all’arrivo in aeroporto, dove mi accolgono cartelloni pubblicitari che vogliono dire più di quello che vogliono vendere: “Da oggi paga con Mastercard” e “Prova Coca Cola”.

Il capitalismo e l’occidente sono appena arrivati, c’è ancora speranza.

La Birmania è infatti una delle poche culture in Asia ancora “originali”, dove l’impatto dell’occidente è arrivato ancora in modo poco invasivo e dove le tradizioni locali resistono più radicate.
Le donne birmane rifiutano i trucchi e i cosmetici industriali, per utilizzare la thanaka una crema ottenuta dalla corteccia di alcuni diffusissimi alberi nazionali e con proprietà varie e misteriose; è quasi impossibile vedere una donna senza questa crema, tanto da diventare un simbolo nazionale.

Donna birmana con thanaka

L’impatto con Yangon, la città più grande del Paese, è sicuramente peggiore rispetto alle altre grandi città asiatiche: la povertà qui sembra una condizione sofferta e travagliata, non una scelta, un’accettazione o una mera casualità come in altri paesi; i sorrisi sono minori e l’accoglienza più fredda.

Mi ci vuole comunque poco per riconciliarmi con la parte “viva” dell’Asia: arrivato tardi in albergo la padrona mi invita gentilmente a mangiare a casa sua, dove sul tavolo trovo ogni tipo di zuppetta e noodles rigorosamente conditi da ingredienti non ben identificati. Come spesso mi accade pecco di ubris e assaggio tutti, ma proprio tutti, i deliziosi piatti della mia ospite.

Si dimostrerà un errore da principiante…

Pagoda Shwendagon a Yangon

La giornata a Yangon procede nel tentativo di vivere la capitale birmana, stregato dalle tantissime pagode dorate e dagli atteggiamenti dei locali, lontani dai mille sorrisi (forse finti) dell’Indonesia, o dall’apertura mentale (forse con secondi fini) thailandese o ancora dalla scontrosità vietnamita.

Dopo un po’ capisco che ci sono dolcezza e tranquillità che, miste alla serietà, regalano ai birmani un carattere unico.

Questo carattere è in parte sicuramente influenzato dalla religione, un buddhismo sensibilmente diverso da quello diventato “famoso” nel mondo occidentale.
In Birmania se ne segue infatti una corrente molto più severa e lo si può facilmente anche intuire dai colori usati dai monaci; dall’arancione presente negli altri paesi e famoso nell’immaginario comune si passa qui a un marrone scuro, che regala colori e immagini nuove.

Monaci buddhisti in fila per il riso

Per i birmani solo chi segue una vita monastica, seguendo strettamente tutte le regole del Buddha può raggiungere l’illuminazione e quindi interrompere il circolo della reincarnazione.
Per tale ragione ben mezzo milione di birmani sono monaci, la comunità più grande in Asia: molto spesso Birmania è sinonimo di Buddhismo.
Tutte le voglie e i desideri devono essere repressi, persino l’alimentazione deve essere semplice e composta solo da riso e verdure che i monaci ricevono ogni mattina da civili che fanno la fila per poter donare un piatto.

Il mio viaggio prosegue e il giorno successivo lascio la strana ma bella Yangon per andare verso il nord del paese in aereo.
Ecco… l’aereo in Birmania è un’esperienza eccezionale.
Procede a fermate: decolla, atterra, gente entra, gente esce, ridecolla, riatterra e così via. Non è altro che un bus volante con delle eliche.

Durante il piacevolissimo viaggio, mi si scatena contro la punizione per aver dato troppa fiducia alle mie capacità digestive e agli anticorpi maturati in Asia: la chiamano la malattia del viaggiatore, ma non è piacevole quando avviene in un aereo dell’epoca dei fratelli Wright.
Arrivo quindi nelle zone rurali della Birmania, a poca distanza dal lago Inle.

Il lago Inle è tra le esperienze più sbalorditive che mi sia capitato di vivere.Nel lago infatti vivono circa centomila persone; dico nel lago perché vivono tutti in case galleggianti di legno: una Venezia enorme fatta di teak e tempi buddhisti, dove ogni trasporto può avvenire solo con barche.
Qui le dinamiche sono molto particolari ma semplici: gli uomini pescano con una tecnica ormai solo scenografica per turisti, le donne coltivano gli orti galleggianti (giocando con alghe, acqua e terra si possono costruire delle basi coltivabili galleggianti) o preparano sigari che nulla hanno da invidiare a quelli cubani.

Pescatore del lago Inle

Purtroppo non lontano dal lago si trova il confine con la Thailandia, una zona spesso trattata come terra di nessuno e un crocevia per lo spaccio di oppio: sento tante storie di ragazze rapite e portate oltre il confine per poi essere portate a Bangkok come prostitute.

Palazzo reale di Mandalay

Riprendendo l’aereo-bus arrivo a Mandalay, la più bella e storica città del paese. Un bellissimo palazzo reale, circondato da una sorta di laghetto, spicca nel centro della città immersa nel verde e dominata da una collina sulla cui cima c’è il tempio principale della città.
Piacevole e rilassante, Mandalay è forse l’unica città in cui si respira un’organizzazione più occidentale accanto alle antiche tradizioni.

Nella zona intorno alla città si trovano diverse aree d’interesse artistico/culturale, tempi di un bianco immacolato e costruzioni imponenti che rimandano all’antico splendore del regno. Monumenti che purtroppo non possono avere il giusto riconoscimento culturale in quanto la loro restaurazione è avvenuta in modo improvvisato, spesso pregiudicando il monumento originale.

È impressionante vedere come per questa ragione siti archeologici meravigliosi in tutta la Birmania come Bagan non vengano considerati patrimoni dell’umanità UNESCO e quindi non possano ottenere i finanziamenti per il loro recupero e valorizzazione, rendendo molto più difficile la gestione artistica e turistica del Paese.
Da Mandalay è obbligatorio far tappa a Bagan, la valle delle mille pagode.

Non si può andar via senza vedere l’antica capitale dei regni birmani, una vallata selvaggia costellata da migliaia di templi e rovine. Uno dei posti più significativi di tutta l’Asia, rovinato purtroppo dalla ressa di turisti che si affannano al tramonto per trovare l’angolo migliore da cui fare foto o guardare le cupole illuminate dal sole.
Nonostante ciò visitare Bagan (consiglio di farlo nel periodo primaverile quando si può anche fare una gita in mongolfiera sulla valle) è sicuramente tra le esperienze più impressionanti del Sud-Est Asiatico, ai livelli dei tempi di Angkor o dei vulcani indonesiani.

Vallata delle pagode di Bagan

Andare in Birmania è un viaggio nello spazio e nel tempo: un paese meraviglioso e incantevole, dove la verità emerge molto più facilmente non dovendo lottare (chissà fino a quando) contro le maschere dell’occidente.

Mario Villani

Mario Villani

Nato a Bari nell'ormai lontano 1989. Dopo 5 anni a Milano abbandona il grigiore padano per cercare qualcosa nel Sud Est del mondo. Oggi in Indonesia, scrittore per caso (o per sbaglio).
Mario Villani

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