Biennale di Venezia – 56° Esposizione Internazione d’Arte

 In arte, Attualità

Venezia, 30 gradi all’ombra, armata di tacchi alti e vestito haute couture, con grandissima disinvoltura mi sono imbucata, solo per voi miei cari lettori di FuoriPosto, in tutti gli eventi ed i padiglioni presenti in laguna. Un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.

Dopo le tante critiche lette su Artribune, in cui si demoliva la scelta di Vincenzo Trione come curatore del Padiglione italiano, sono andata all’inaugurazione di Codice Italia armata di tanti dubbi e di uno spritz.

Padiglione Italia

Padiglione italiano

La sala conferenze brulica di persone di tutti i tipi – da una donna con una rete da pesca in testa ad uno svedese ricoperto interamente da un collage di bandiere, al punto che mi chiedo se sarebbe stato più dignitoso lavorare al circo piuttosto che studiare arte, ma questa è un’altra storia – e tutti sembrano attendere il momento fatidico in cui Trione prenderà parola.

Dopo una serie di applausi, introduce, visibilmente emozionato, il tema del padiglione che ha curato: la memoria. (Nulla a che fare con gli ebrei e l’olocausto, giusto per chiarire).

Guidata dalla voce di Umberto Eco, inizio il mio percorso nel padiglione italiano, che con un monologo girato da Davide Ferrario, getta le basi per il discorso sulla memoria – ricco di suggestioni ma con qualche luogo comune di troppo.

Nella misura in cui possiamo dire io, siamo la nostra memoria. Cioè la memoria è l’anima. Se uno perde totalmente la memoria diventa un vegetale e non ha più l’anima”.

Il padiglione, in un bellissimo spazio dell’Arsenale, si dirama in una serie di mini compartimenti, che come racconta il curatore napoletano, sono stati concepiti come dei quartieri all’interno del padiglione, immaginato come una piccola città. La sua idea, fin dall’inizio, era quella di confondere grandi nomi ad outsider, maestri indiscussi dell’Arte Povera e della Transavanguardia con giovani artisti, dando la possibilità al pubblico di riconoscersi nei primi e conoscere i secondi.

Tutti gli sguardi puntati su Trione dunque, che si è definito non un curatore ma bensì un critico, recuperando quella funzione accademica e intellettuale che negli ambienti dell’arte contemporanea sembra essere stata dimenticata – rafforzando così la stima che già provavo nei suoi confronti.

Vincenzo Trione

Vincenzo Trione

Tristemente sembra essere opinione diffusa che basti una rubrica piena dei contatti giusti, inviti agli eventi giusti e commenti dalle persone giuste per occuparsi di arte oggi, screditandone completamente il ruolo culturale o perlomeno considerandolo come un noioso di più. Ma per fortuna Trione c’è. E ci parla di un Codice Italia, carico di un’identità nazionale che ricerca le sue radici nel complesso equilibrio tra passato e presente. Con gli artisti ha discusso, si è confrontato, ha riflettuto e studiato fino ad ottenere quindici interventi allestiti in altrettanti “quartieri” che permettono una fruizione dinamica ma che mantiene allo stesso tempo un’unità ed un’identità complessiva forte. Da Aldo Tambellini e Paolo Gioli, che si muovono a cavallo tra la pittura ed il cinema, a Jannis Kounellis e Mimmo Paladino, maestri riconosciuti dell’Arte Povera e della Transavanguardia. Un interessante contributo è giunto da Nino Longobardi e da Claudio Parmiggiani – uno degli artisti più apprezzati in questa edizione – che presenta una composizione in cui salda monumentalità e fragilità: conficcata in una parete un’imponente ancora sospesa ed incagliata, in un gesto fortemente evocativo e insieme definitivo della condizione di un artista da sempre interessante ma ancor troppo poco considerato. Non troppo incisivo il progetto di Vanessa Beecroft, che si misura con qualche incertezza con una scultura carica di echi del passato, mentre il romano Andrea Aquilanti elabora un progetto molto interessante, dove il disegno diviene il supporto per catturare l’ombra dello spettatore, a lasciare impresso il suo avvenuto passaggio. Nella conclusione del percorso l’istallazione di Marzia Migliora crea un’ambiente visibile solo nel riflesso di uno specchio, partendo da una fotografia scattata anni prima nella cascina del padre, con un effetto straniante e di grande forza poetica. Ispirandosi alle sculture informi del Medardo Rosso Alis/Filliol, duo di artisti che vivono a Torino, reinterpretano con originalità la statuaria equestre in un dialogo tra visibile ed invisibile.

Segnate l’appuntamento sulle vostre agende, ed andate a Venezia, perché questa volta, finalmente, il Padiglione italiano è uno dei più interessanti.

 Venezia, Giardini e Arsenale 9 maggio > 22 novembre 2015

Alessandra Passaretti

Alessandra Passaretti

Nata a Napoli nel 1992, vive a Milano da quando ne aveva 18. Laureata in Lettere Moderne - Editoria, si è iscritta ad una specialistica in Arte Contemporanea.
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