Better Call Saul – Recensione

 In Serie Tv

Per molti, Saul Goodman non ha bisogno di presentazioni. Come avvocato di Walter White e Jesse Pinkman si è fatto conoscere dalla grande platea degli amanti di Breaking Bad, ed ha incuriosito e fatto innamorare ciascuno di loro, episodio dopo episodio, con la sua ironia, le sue idee folli e il suo essere decisamente fuori dal comune. Un personaggio tutt’altro che secondario, che non meritava di finire così, senza un vero approfondimento.

Deve averla pensata allo stesso modo Vince Gilligan, ideatore di Breaking Bad, che infatti ha deciso di realizzare insieme a Peter Gould “Better Call Saul”, uno spin-off completamente incentrato su Saul Goodman.

Better Call Saul è ambientato nel 2002, circa sei anni prima dell’apparizione del suo protagonista nella serie che lo ha reso famoso. Racconta la storia di Saul Goodman quando era ancora James McGill, un avvocato dall’esistenza a dir poco mediocre.

Per gli orfani di Breaking Bad è impossibile non amarlo. Il tutto “sa di casa”: le inquadrature e la regia dello spin-off richiamano quelle della serie madre, la città in cui si svolge la vicenda è la stessa, e già nelle prime due puntate appaiono alcuni personaggi già conosciuti, sebbene in contesti differenti.
Ma anche per chi dovesse guardare la serie senza aver visto Breaking Bad, i presupposti per innamorarsene ci sono tutti. James è un uomo comune, debole, anche un po’ vigliacco. La prima impressione che se ne ha è un’idea di fallimento. è un avvocato di infimo livello, coinvolto in processi insignificanti, pagato una miseria. Il suo studio, in cui abita, è una stanza minuscola all’interno di un centro estetico vietnamita, e per tenerlo nascosto incontra i clienti in giro, fingendo che lo studio sia inagibile a causa di lavori di manutenzione. E il suo senso di vergogna arriva dritto allo spettatore, quand’anche si possieda l’empatia di una sedia. Un quadro molto diverso dall’immagine di Saul Goodman finora conosciuta dal pubblico.
Obiettivo della serie è proprio raccontare in che modo James McGill diventa il Saul Goodman che tutti conosciamo, l’avvocato dalle mille risorse invischiato nei giri meno raccomandabili di Albuquerque.

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La narrazione è scorrevole, un po’ sulla falsariga di quella di Breaking Bad: i 40 minuti passano senza che neanche ce ne si accorga. Anzi, forse rispetto a Breaking Bad la storia è più veloce sin dalla prima puntata. Si potrebbe anche notare come in realtà l’evoluzione del protagonista sia simile: come Walter White, anche James McGill inizialmente è un uomo qualsiasi, ordinario per non dire anonimo. E come Walter White, a un certo punto anche James McGill “breaks bad”, seppur in senso più lato.

La forza del personaggio sta probabilmente nel fatto che rappresenta quel lato un po’ inetto, un po’ perdente che tutti in fondo possiedono, e di conseguenza è facile rivedercisi, è facile sentircisi vicini, fare il tifo per lui. Già alla fine della prima puntata, a James/Saul non si può non volere bene.
Nemmeno la colonna sonora passa inosservata: già si possono già contare un paio di scene decisamente memorabili, e siamo solo alla seconda puntata.

Si può dire che sia valsa del tutto la pena dell’attesa. James è pronto a (ri)portarci in un mondo di cui si è nettamente sentita la mancanza, in una prospettiva del tutto nuova. Lasciatevi trasportare: IT’S SHOWTIME FOLKS.

Giorgia Iurza

Giorgia Iurza

Nata a Napoli nel 1993, studio giurisprudenza. Nel tempo libero mi nutro di libri, musica e trash di livello. Ho uno strano senso dell'umorismo.
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