Bessie Smith: “L’Imperatrice del Blues”

 In Musica

di Alessandra Farro

A proposito di Bessie Smith, si consiglia l’ascolto dei seguenti brani:

Take Me For a Buggy Ride
Do Your Duty
Gimme a Pigfoot

Parlare di Bessie Smith è come parlare del blues, le due realtà sono inestricabili l’una dall’altra. Bessie Smith sta al blues come il blues sta a Bessie Smith, non a caso il mondo la ricorda oggi come “L’Imperatrice del Blues”.

Elizabeth Smith è nata il 15 aprile 1894 a Chattanooga – confesso che quando ho letto delle sue origini il mio pensiero mi ha rimandata immediatamente a questa canzone: http://www.youtube.com/watch?v=va_JL3q95WI, che è l’unico motivo per cui avessi vagamente idea dell’esistenza di un posto con tal nome – da una famiglia che definire povera è dir poco. La situazione col tempo piuttosto che risollevarsi scivolò in un terribile baratro, i genitori morirono prima che Bessie avesse compiuto dieci anni, lasciando la responsabilità dei fratelli (cinque) alla sorella maggiore Viola.

L’unica salvezza della giovanissima artista, che le ha consentito di procurarsi dei soldi utili, è stata quella di esibirsi agli angoli delle strade in cui la vita notturna si faceva più intensa, in particolare davanti al “White Elephant Saloon”.

Bisogna che si consideri, in effetti, anche la realtà storica di quel tempo: i neri erano una comunità a sé stante, a cui non era consentito d’avere un lavoro rispettabile, fuorché quello da bracciante o, appunto, tentare la sorte sfruttando le proprie doti artistiche, come lo stesso Clarence, fratello di Bessie, fece. Quando a Chattanooga arrivò la “Moses Stokes Company” lui tentò con un provino di entrare a farvi parte, venne scritturato e cominciò la sua carriera come comico e maestro di cerimonie. L’anno successivo fu Bessie a tentare la sorte entrando nella compagnia come ballerina a soli quattordici anni.

Ecco il vero punto di snodo della storia della sua vita: inserendosi nel giro di Pa e Ma Rainey, Bessi scoprì il blues, le improvvisazioni, il modo di stare in scena, le modulazioni della voce, le inflessioni degli assoli e i movimenti – sinuosi e non – che accompagnavano le note delle canzoni. In poco tempo, divenne in grado di creare grandi spettacoli. Sì, perché fare blues non si limitava a stare su un palco e cantare e suonare, per fare blues si mettevano su delle vere e proprie rappresentazioni, alle canzoni si accompagnavano delle scenette organizzate o improvvisate che davano il via alla musica. E poi c’erano i vestiti. Oh, i vestiti!

Bessie SmithBessie Smith adorava impressionare il pubblico con i suoi gioielli, le sue lunghe e pesanti collane di perle, i suoi abiti semplici adorni di scialli spagnoli e piume di struzzo. Per il capo prediligeva un cappello in particolare, ideato appositamente per lei da uno stilista di nome Palamida, un copricapo a forma di abat-jour, una specie di casco costellato di lustrini e perline, che culminava al lati delle orecchie con due ali dalle lunghe frange. La mise

Negli anni Venti il blues era ancora una forma d’arte relegata agli stati dell’America meridionale e lei non mancava di reinterpretare quella realtà: s’annodava un fazzoletto sul davanti, indossava un vestito in cotone con colori sgargianti (preferiva quelli a pois), una gonna lunga fino a toccarle le ginocchia e un grembiule a fasciarle i fianchi ed ecco che diventava la “mammy” del Sud e con la sua voce possente e profondamente intensa cantava di quelle verità scomode che caratterizzavano la vita dei neri del Sud e ne scriveva anche, certo, non in modo del tutto originale, ma col blues era così, ci si “passavano” i testi, si tagliava là, incollava qua e la canzone era fatta.

Il suo (vero) successo arrivò presto. Nel 1923 ci furono le sue prime registrazioni alla Columbia e “Down Hearted Blues” vendette 780,000 copie in meno di 7 mesi. Non era un pezzo originale, era di Alberta Hunter, una cantante allora molto popolare, ma a quanto pare la versione dell’ “Imperatrice del blues” fu più gradita. Così decise di concedersi alcune libertà che prima le erano state private: si comprò una carrozza ferroviaria che fosse in grado di ospitare lei e tutta la troupe per eliminare alla radice il problema del dover trovare un alloggio durante le sue tournée instancabili. Lei viaggiava a tempo con il sole, con i periodi di coltivazione del tabacco e del cotone, insomma, seguiva gli spostamenti del Sud, nel Sud. Nonostante quest’ingente (e sicuramente confortevole) spesa, Bessie non ostentava la sua ricchezza, tutt’altro. Le piaceva, sì, indossare una pelliccia e dei gioielli di tanto in tanto, ma mostrava sempre una certa comprensione verso i meno abbienti, probabilmente perché le ricordavano le sue origini.

Bessie Smith Empty Bed Blues DOUBLE LP

Intanto, s’era anche risposata, dopo un fugace primo matrimonio, con Jack Gee. Come da cliché, il suo matrimonio non le portò altro che guai, per rimediare ai vari litigi con la sua dolce metà spese più di quanto guadagnasse. Va bene, continuava anche a mantenere tutti i suoi fratelli e sorelle e aveva un problemino con l’alcool, ma la faccenda del matrimonio l’è costata caro, questo è certo.

Bessie, però, non si perdeva d’animo, cercava ogni sera il sollazzo giusto che le permettesse di soddisfare le sue, chiamiamole, necessità. Frequentava i “buffet flats”, che erano dei posti in cui le retate della polizia erano lontane, dei clubs privati, in pratica, dove i soci potevano trovare tutto quel che cercavano, dagli spettacoli erotici agli ottimi liquori di contrabbando. Ma Bessie non s’accontentava e bazzicava anche i “rent parties”, una versione molto più economica dei “buffet flats”. Si trattava di feste organizzate in case private, si mangiavano piatti semplici, come pesce o pollo fritto, e si bevevano liquori cattivi, si poteva giocare d’azzardo fino all’alba e la musica era garantita da un chitarrista o un pianista d’occasione, e tutto quel che chiedeva in cambio il proprietario di casa è che si pagassero un biglietto d’ingresso e le consumazioni, che gli consentissero di pagarsi l’affitto.

Era una donna forte, tanto coraggiosa da affrontare dei membri del Ku Klux Klan, come fossero teppistelli qualsiasi. Quando un musicista del suo gruppo andò a chiamarla tremando, ché sei uomini incappucciati lo stavano intimando di smontare il capannone dove avrebbe dovuto esibirsi, lei andò ad affrontarli, mani sui fianchi, come si trattasse di una scocciatura qualsiasi. Li insultò con parolacce pesanti e modi poco eleganti e loro, basiti per la reazione della donna, filarono via disorientati e tutto quel che Bessie commentò fu: «Non ho mai visto una stronzata del genere. Quanto a voi – rivolta ai suoi musicisti – non siete che un mucchio di checche».

Poi, arrivò la Depressione, i blues troppo tristi passarono di moda e le vendite dei dischi calarono. Nel 1933 Bessie Smith entrò per l’ultima volta in uno studio d’incisione, dopo quella registrazione lo studio restò chiuso per il week-end e riaprì il lunedì successivo per il debutto di una nuova cantante, si chiamava Billie Holiday e aveva diciotto anni.

La carriera di Bessie stava ormai volgendo al termine, quando morì in un incidente stradale, il 27 settembre 1937, nel Clarksdale. Mentre la sua morte diventava tanto discussa da trasformarsi in una cause celèbre e essere inscenata in un’opera teatrale di Edward Albee, “The Death of Bessie Smith”, il jazz e lo swing cominciavano a fare capolino nella scena musicale e dopo soli due anni Billie Holiday avrebbe sconvolto il pubblico statunitense con “Strange Fruit”.

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Alessandra Farro

Alessandra Farro

Nata a Napoli, il suo secondo romanzo s'intitola "Blue", Ultra Edizioni. Sforna pensieri e dipinge ricordi. È innamorata della musica, dei libri e del buon caffè fin da che ne ha memoria. Ha un problema (oggettivo) col tempo, prova a respirare poca realtà e viaggia sempre con una moka in valigia, spesso senza lasciare la sua camera. Quando la vita la confonde troppo, si mette a testa in giù su un tessuto aereo. Ribelle dal 1991.
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