Berlino 2.0, la città povera ma dannatamente sexy

 In Fumetti

Berlino è povera ma sexy” inizia così il graphic novel Berlino 2.0 dell’autrice francese Mathilde Ramadier e del disegnatore spagnolo Alberto Madrigal, pubblicato da BAO a novembre del 2017.

Per chi ha familiarità con la capitale tedesca, dove entrambi gli artisti tuttora vivono, questa frase d’apertura suona familiare (insieme a “Life is too short to lear german” che appare sulla T-shirt di uno dei personaggi della storia) dal momento che, pronunciata anni fa dall’allora sindaco berlinese Klaus Wowereit, è diventata subito il modo più veloce e azzeccato per descrivere il Paese della Cuccagna che sorge nel cuore dell’Europa e che si nutre di musica elettronica, pic-nic nei parchi e centrifugati d’erba (non marijuana eh, proprio l’erbetta che si trova nei prati!).

Perché Berlino appare dall’esterno una piccola isola felice, in cui tutti i futuri sono possibili e dove per esempio un migrante sudamericano può guadagnarsi da vivere facendo bracciali shabby-chic riciclando vecchie forchette (tratto da una storia vera, ndr). Quest’idea volteriana del migliore dei mondi possibili è alla base della decisione di una studentessa francese di filosofia, Margot, di abbandonare la frenetica, iper-cara, snob e borghese Parigi per trasferirsi nella capitale tedesca.

Il suo ingresso sulla pagina è appunto questo: “Settembre 2011. Ho lasciato Parigi a ventitré anni. Mi sembrava di soffocare. L’affitto era diventato alto e non trovavo lavoro. Non avevo spazio né tempo”.

E così in un batter d’occhio Margot si ritrova a vivere in un appartamento di epoca prussiana, passando le domenica a Mauer Park e i weekend tra i vari club di elettronica berlinesi; all’inizio è affascinata da questo ritmo di vita che scorre lento lunga la Sprea, tra le falafel del mercato turco e le frühstuck (una sorta di brunch, ndr.) a Kreuzberg, ma quando la “vacanza” finisce e inizia la ricerca di un lavoro il castello di cristallo si rompe rivelando una vera e propria selva.

Mathilde Ramadier ci racconta infatti l’altra faccia della medaglia di questa tanto declamata libertà: i giovani in cerca di un lavoro a Berlino sono tanti, troppi, per poter avere tutti un contratto a lungo termine e ben retribuito, a ciò va aggiunto che in Germania, come viene accuratamente spiegato nel fumetto, non ci sono vincoli per i contratti di stage ne tanto meno esiste una legge che regola il salario minimo; il risultato di questa situazione la vediamo sulla pelle di Margot che dopo aver rifiutato un lavoro di 40h settimanali pagato 400 euro al mese, finisce per accettarne uno di 500 euro. Eppure nulla le fa rimpiangere la scelta fatta, perché in fondo i pro sono comunque più dei contro.

Ai dialoghi scarni e talvolta asettici di Ramadier, che non scioglie mai le briglie all’emotività e riporta sempre i ragionamenti dei protagonisti ad una lucida visione delle cose, si giustappongono felicemente (e fortunatamente, direi) i disegni pastellati di Madrigal, che rimandano a uno scenario trasognato facendo delle sfumature una tecnica narrativa e addolcendo un testo che altrimenti sarebbe apparso troppo duro e poco coinvolgente.

A questo punto però c’è un tassello che manca al lettore di questa recensione e che devo aggiungere, ed è il legame profondo e particolare che chi scrive ha con Berlino, città che l’ha ospitata ai tempi dell’università per un intero semestre.

La mia paura, nell’approcciarmi a questo fumetto, era di sentirmi tradita dalla città e/o dagli autori e di non ritrovare tra i disegni le cartoline dei miei luoghi dell’anima, quelli a cui tornata in Italia ho guardato sempre con nostalgia ma da lontano, senza osare rivederli; paura che si è rivelata del tutto infondata perché la vera protagonista del racconto non è Margot, ma Berlino, e questo forse lo può cogliere solo (ma spero di no) chi come me in quella città ci è passato, lasciandoci un po’ di radici. Ramadier e Madrigal le rendono giustizia, disegnando le stravaganze, le spigolosità e le curvature di questo posto così unico e affascinante, e così scorrendo le pagine sono andata al parco con Margot e i suoi amici, ho ascoltato gli schiamazzi dei bambini e sentito l’odore di wurstel della domenica a Görlitzer Park, ho riso del buttafuori tatuato del Berghain, lo stesso che anni fa anche mi rifilò un bel “No”, e mi sono intenerita sentendo parlare di Prenzi e Kotti e di tutti gli altri quartieri a cui i berlinesi danno nomignoli come se fossero vecchi amici.

Insomma se da un lato Berlino 2.0 presenta delle mancanze qua e là e degli spunti che avrebbero potuto essere sviluppati meglio, dall’altro lato non posso che conservarlo come se fosse il diario che all’epoca non scrissi ringraziando questi due autori che per qualche ora mi hanno restituito la “mia” città. Povera sì, ma sempre dannatamente sexy.

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Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
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