In quest’era di fioritura di scuole, corsi, metodi lineari che insegnino a scrivere – e in particolare a scrivere storie, per gli esterofili fare storytelling – l’esempio della dentista pediatrica Donatella Di Pietrantonio, abruzzese, classe ’63, e del suo primo romanzo “Bella mia” è da mettere in evidenza. Perchè? Perchè scrivere sembra essere diventata un’attività specializzante più che una competenza di base, e il raccontare storie più un esercizio di stile che una dinamica compenetrata indissolubilmente alla vita vissuta. La narrazione di Donatella Di Pietrantonio ribalta chiaramente questa tesi, partendo con un’idea forte nella sua verosimiglianza e raccontando come (ci) si ricostruisce scavando tra le macerie di quel che non si è più.

In Bella Mia, prima esperienza per l’autrice con la narrazione lunga, la scintilla dell’azione è data dall’interruzione di una narrazione felice, da una perdita scioccante che è individuale e collettiva. È il terremoto dell’Aquila, che il 6 Aprile 2009 uccide Olivia, la brillante gemella della protagonista Caterina nonchè madre di Marco, a cui viene strappato un riferimento fondamentale nel pieno dell’adolescenza. Caterina, voce narrante, deve farsi carico di Marco e del suo dolore, affontando a sua volta la sofferenza data dalla perdita della sorella “migliore”, quella che lei considerava la parte migliore anche di se stessa.

A questa coppia zia/madre-nipote/figlio si aggiunge Assunta, la nonna e madre che ha perso una delle figlie e che porta avanti un’illusione di normalità con pietosa devozione: anche lei deve fare i conti con una mancanza e un’elaborazione del lutto che, in questo caso, dovrà necessariamente passare attraverso il perdono. Intorno a loro, ancora, i personaggi che abitano il racconto: Roberto, l’ex marito di Olivia e padre di Marco; Lorenza, che ha perso sua figlia di sei anni, a cui è dedicato un racconto che anticipa le atmosfere de L’Arminuta, il più noto romanzo dell’autrice; il meticcio Bric, che pure ha perso il suo padrone nel terremoto.

Il miracolo e il castigo della vita è che continua sempre, e i cocci vanno raccolti e messi insieme nonostante la terra che trema. La ri-costruzione dei personaggi passa necessariamente attraverso l’incontro di solitudini che non possono non farsi compagnia, uniti da quel legame atavico che è la famiglia, e la consapevolezza di una mancanza con cui è necessario fare i conti. Attraverso uno stile asciutto, fatto di parole pesate e misurate una ad una, l’autrice cala perfettamente il lettore nella realtà narrata, offrendo – oltre che una grande storia – uno spaccato lucido e veritiero su cosa vuol dire sentirsi tremare la terra sotto i piedi e assistere inermi alle conseguenze di eventi naturali che spazzano tutto in un niente.

Donatella Di Pietrantonio, nata ad Arsita, studentessa a L’Aquila, residente a Penne, dall’Abruzzo a quanto ne so non se n’è ancora andata. E sia Bella Mia che L’Arminuta, con cui ha vinto il Premio Campiello 2017, testimoniano questo legame con un territorio che resiste nella sofferenza e che da questa sofferenza, dalla mancanza, trae la sua principale forza. A dimostrazione che saper scrivere (bene) è un’arte che va imparata e messa da parte, come dice il proverbio, chè prima o poi serve.

 

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Simona Di Rosa

Simona Di Rosa

Laureata in Lettere e specializzata in Pubblicità, sogno di lavorare creando cultura. Nel mentre, faccio scorpacciate di libri, e ve li racconto.
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