Babadook – Recensione

 In Cinema e Teatro

If it’s in a word or it’s in a look, you can’t get rid of the Babadook.

Ba BA-ba DOOK! DOOK! DOOK!

Diceva Lovecraft che la paura è l’emozione umana più antica e potente, e che la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto.

Prendete una madre sola, stanca, invecchiata prima del tempo, e disperatamente bisognosa d’amore, in un modo che a tratti commuove. Prendete suo figlio Samuel, di sei anni, un bambino iperattivo, violento, troppo fantasioso, in cerca di attenzioni, quasi al limite del tollerabile. Prendete la zolla di oscurità, fatta di sensi di colpa, che madre e figlio si trascinano dietro: è l’ombra del padre, morto in un incidente d’auto lo stesso giorno della nascita di Samuel.
Infine, prendete un libro di fiabe e leggete la storia del Babadook. Mettetevi comodi e aspettate. Presto busserà alla vostra porta. Tre colpi… DOOK! Tre… DOOK! colpi… DOOK! …

Chiudi gli occhi e lui è con te, sei già morto, un due tre.

Riconoscete la paura? Ci appiattisce al livello degli animali, risvegliando i nostri istinti primordiali e mostrandoci la vera essenza di ciò che siamo: prede dell’ignoto.the-babadook08

Prima ancora di approdare al cinema, The Babadook aveva già vinto qualche premio: il BloodGuts UK Horror Award, il Gerardmer Film Festival, il Toronto After Dark Film Festival (tra gli altri, anche per il miglior mostro inventato e il film più spaventoso). Dopo sono arrivati l’Empire Award, il New York Film Critics Circle Award e l’AACTA Award.
Non avrei bisogno di aggiungere altro, ma in qualche modo devo esprimere la mia gratitudine per Jennifer Kent. Trovare al giorno d’oggi un bel horror è difficile. Trovarne uno in grado di trasmetterti questo sentimento ancestrale (la paura) è impossibile.
Eppure la trama è talmente classica da sfiorare i luoghi comuni, l’ambientazione minimalista, il budget basso e per quasi tutto il tempo siamo portati a immaginare un mostro naif, quasi informe, come fossimo bambini: il Babadook è solo un disegno, all’inizio, il disegno di un libro di fiabe. Lo stesso filtro della pellicola è opaco, come se il film fosse tratteggiato a china. Poi il Babadook scivola dentro, strisciando nella casa, nella mente e nello spettatore, accompagnato da suoni disturbanti. Porta con sé il buio e l’epifania della psicosi.

Essie Davis (è Amelia, la repressa madre di Samuel) ha regalato un’interpretazione già pluripremiata, che di premi ne meriterebbe altri. Davanti a noi c’è una donna che trema, e oscilla, e che in ogni istante sembra sul punto di cadere; e se questo avverrà, causerà un effetto domino irreversibile, e noi sappiamo già che in queljenniferkent baratro non c’è salvezza. Noah Wiseman è Samuel, ha sette anni e dopo il corto The Gift e un episodio di Funny or Die Presents è stato scoperto da Nikk Barrett, il casting director, nella classe di recitazione della sua scuola elementare. Noah è perfettamente in grado di farti provare per Samuel odio profondo e intenso amore, e quando ci riesci a sette anni secondo me meriti di essere tenuto d’occhio.
Arriviamo a Jennifer Kent. Non soffermiamoci sul fatto che sia donna (come se non sapessimo che le donne hanno incubi propri e sono perfettamente in grado di realizzarli da sole), ma sul fatto che questa sia la sua prima opera. In realtà Babadook nasce da un corto di nome Monster, che la stesse regista girò nel 2005 (questo è il link per vederlo, ma vi sconsiglio di farlo prima del film).

Babadook, l’Uomo Nero. In serbo la parola che lo designa è “babaroga”, ma in questo caso il titolo nasce da un anagramma: “A bad book”. Jennifer Kent ci impacchetta un horror coi fBabadook-bookiocchi, sicuramente il migliore dell’anno. Ve lo dico da appassionata del genere, che di uscite non se ne lascia sfuggire nessuna. Dopo tanti indegni remake, splatter di cui avremmo volentieri fatto a meno e piccoli brividi, arriva un film che fa provare nuove forme d’inquietudine (giungono echi dai tempi di Jack Nicholson e Shining), un film che non prende in giro il pubblico con effetti sonori ad hoc e facili spaventi, con un finale che può essere odiato o amato, ma non lascia indifferenti. Un film, insomma, che fa finalmente paura. Ha persino una morale: quando non puoi sfuggire all’oscurità, impara ad affrontarla.
E dopo, nutrila.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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