Sento spesso usare l’espressione “la realtà supera la finzione” ma solo dopo aver letto L’Avversario di Emmanuel Carrère mi sono resa conto che una storia i cui protagonisti sono personaggi reali può far accapponare la pelle molto più di un romanzo thriller di Thomas Harris o un film di Alfred Hitchcock.

Emmanuel Carrère, giornalista e scrittore francese considerato fra i più grandi viventi, è anche noto per per il suo forte interesse alle vite degli altri e la sua inclinazione a voler indagare l’animo e la mente delle stesse – non stupisce che in un’intervista con Liborio Conca definisca i suoi libri dei ritratti: “Se io fossi un pittore, sarei sicuramente un ritrattista. Tantissimi pittori ritraggono la figura umana. Quando osservi i quadri di alcuni autori, hai l’impressione che si tratti di personaggi immaginari per il modo che hanno di disegnare i volti […] Ma se guardi altri quadri, senti da qualche parte che certi pittori stanno ritraendo, in modo molto rassomigliante, delle persone reali.”

L’avversario, edito nella traduzione italiana da Adelphi nel 2014, è un romanzo-documentario frutto della sua indole giornalistica e le sue doti d’artista: racconta la storia vera di Jean-Claude Romand, uomo all’apparenza mite e rispettabile che inaspettatamente il 9 gennaio 1993 decide di uccidere moglie, due figli e genitori per poi tentare invano il suicidio. L’inchiesta sull’accaduto rivelerà inoltre che Romand da diciotto anni mentiva sulla sua identità, recitando il ruolo di medico e ricercatore di un’organizzazione in Svizzera, e quello di investitore oculato del denaro di parenti e amici – trovata che gli aveva permesso di mantenere un tenore di vita ben al di sopra delle possibilità di un nullafacente.

Se risulta difficile credere che si tratti di una storia realmente accaduta, di pari difficoltà fu per Carrère metterla per iscritto e costruire una forma narrativa adeguata al contenuto, motivo per il quale ebbe la vincente intuizione di ricorrere a semplice e geniale espediente: la condivisione cioè con il lettore del suo tormento e turbamento, del peso delle sue scelte e dei suoi dilemmi.

«Il problema […] è trovare una mia collocazione rispetto alla sua storia. […] Credevo di poter […] restare obiettivo. Ma in una vicenda come questa l’obiettività è una mera illusione». 

Per questo L’Avversario non è un romanzo che trae spunto dalla realtà né una mera cronaca del processo a cui l’omicida viene sottoposto. È piuttosto il tentativo di Carrère di dare una spiegazione e una motivazione a un gesto estremo e terribile, di ricomporre i tasselli su cui il protagonista ha costruito una falsa identità fragile e solida al tempo stesso, e scavare nel suo passato alla ricerca di un qualcosa, un trauma all’origine di tutto.

«Gli psichiatri avevano la sconcertante impressione di trovarsi davanti a un robot, totalmente incapace di provare sentimenti ma programmato per analizzare gli stimoli esterni e adeguare a quelli le proprie reazioni».

Perché il suo proposito potesse concretizzarsi, Carrère entra in contatto diretto con Romand tramite un esclusivo e privato rapporto epistolare che durerà diversi anni e lo aiuterà a delineare con più precisione possibile i contorni psicologici ed emotivi dell’assassino, della sua vita di solitudine, impostura e assenza, deciso a cercare la risposta alla più difficile delle domande: perché?

«So cosa significa passare le proprie giornate senza testimoni, sdraiati a guardare il soffitto per ore, con la paura di non esistere più. Mi sono chiesto che cosa provasse Romand seduto in macchina. Un senso di appagamento? Un’euforia beffarda all’idea di riuscire a ingannare tutti quanti in modo così magistrale? Ero sicuro di no».

Nei sette anni che ci sono voluti per scrivere L’avversario, Carrère ha trasformato un reportage in un’opera d’arte per lettori dallo stomaco forte che ha quel potere di cui solo le opere d’arte sono dotate: lasciare il segno e generare domande evitando di esprimere i giudizi con i quali avrebbe trasformato la storia in un lungo pezzo dissacrante da opinionista. E noi lettori non possiamo far altro che ringraziarlo per questo.

«Impossibile pensare a questa storia senza immaginare che sotto ci sia u mistero, una spiegazione nascosta. Il mistero, però, è che non esistono spiegazioni, e che per quanto inverosimile possa sembra, questo è ciò che è accaduto».

Jean-Claude Romand è stato condannato all’ergastolo con divieto di essere liberato con la condizionale per almeno 22 anni.

Valutazione dell'autore
Giulia Mele

Giulia Mele

In un momento imprecisato di un giorno qualunque mi è capitato di innamorarmi follemente delle parole. Da Tucidide a Capote, faccio delle storie immaginarie e di quelle suoi giornali il mio pane quotidiano, alternando la lettura alla scrittura. Passerei la vita con lo zaino da viaggio in spalla, ma al momento vivo a Londra (e sì, ho la moka nella mia credenza).