Il primo sentimento che si prova scrivendo di Atlanta è l’indecisione.
Si resta perplessi come di fronte a una cosa certamente piacevole, ma non eccezionale.
L’ambito in cui si muove perfettamente la serie targata FX, in Italia trasmessa da SKY sul canale FOX, è decisamente il grigio: diverte sì, ma neanche chissà quanto.
È irriverente, arguta, sottile, ma lascia irrisolta la domanda cruciale che dirige l’emozione di uno spettatore. “Qual è il punto?”

AtlantaIl giovane Donald Glover, fresco vincitore di due Golden Globe come ideatore e protagonista della serie, costruisce una Atlanta ironica, orgogliosamente afroamericana, problematica senza essere lamentosa, e questo è il suo più grande merito: la questione razziale (detto fra noi l’espediente narrativo che più convince e diverte) è trattata senza melodrammi di sorta, ma con acuto e spensierato occhio satirico.
La città diventa parte integrante dello show, pur senza definirsi mai come soggetto indispensabile, lasciando quindi lo spaccato di vita portato sullo schermo applicabile a chissà quante altre città degli Stati Uniti.

L’esplicita volontà di non prendersi sul serio è decisamente lodevole, ed è messa in atto in modoAtlanta così elegante da convincere. Ma è qui che sorge il dilemma: non riesce ad essere dissacrante. Tutta la serie ha l’aria di progetto irrisolto, di sguardo veloce e poco approfondito su ognuno dei disparati temi che tocca. E sono tanti. Oltre alla non troppo velata discriminazione razziale, sono accennati una valanga di cliché sulla società, sul mondo afroamericano ed in particolare sul mondo rap: lo spaccio e l’identità criminale, le relazioni interpersonali, e più in generale sul mondo moderno, come l’industriale produzione musicale o i fenomeni internet.

Si ha come l’impressione di gustare pillole di pensiero critico/satirico (percezione accentuata dalla durata della singola puntata, 30/40 minuti) che per quanto intelligenti e simpatiche non diventano mai geniali e divertentissime.

AtlantaL’intero sistema narrativo ha un’aria di scetticismo hipster, che è, sì, ben congegnato intorno alla freschezza di Atlanta, ma in più punti rischia di diventare il doppio taglio di un approccio snob e superficiale. Questo produce un andamento altalenante fra le puntate stesse: infatti alcune (in particolare quella del talk show in cui l’eclettico Glover fa anche da regista) sono davvero geniali e bellissime, mantenendo alto il livello della serie; altre sembrano una transizione un po’ svogliata della storia o di qualche spunto ideologico.

L’aspetto migliore è decisamente la forma della narrazione. La storia si sviluppa in modo discontinuo, e sembra quasi solo lo sfondo del teatro dove i singoli episodi si muovono distaccandosi per analizzare altro, un aspetto particolare o una situazione secondaria rispetto allo scheletro della trama, prendendo vita da sé ed imboccando una strada autonoma che rende piacevole anche una visione sporadica. Altra perla, abbastanza ovvia ma non scontata, è la perfetta selezione musicale che accompagna senza prendere mai il sopravvento.Atlanta

Ma alla fine quel retrogusto amaro di spaesamento, la sensazione assillante di un quid che sfugge e che darebbe corpo alla cornice perfetta, resta prepotente.

Atlanta riesce a farsi apprezzare lo stesso buttando le giuste basi per il futuro: i personaggi ci sono e convincono, i secondari ancor più dei principali; lo spirito è quello giusto e forse nella seconda stagione (annunciata per il 2018) riuscirà a costruirsi un’identità ancor più solida ed innovativa.

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Enrico Zautzik

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