Giovedì scorso le sale cinematografiche italiane si sono tinte di gialle con l’arrivo del remake di uno dei thriller più famosi della letteratura, Assassinio sull’Oriente Express, scritto dall’impareggiabile penna di Agatha Christie.

Il romanzo era arrivato sul grande schermo già nel 1974 con l’indimenticabile regia di Sidney Lumet e un cast spettacolare che vedeva tra gli altri un bellissimo Sean Connery, un’algida Ingrid Bergman e una splendida Jacqueline Bisset. Ora a riportarlo sulla pellicola è l’attore e regista Kenneth Branagh, che dopo i fumetti della Marvel (Iron Man 2 e The Justice League) e la Disney (Cenerentola) si cimenta con un grande classico del giallo scegliendo un cast stellare e ritagliando per sé il ruolo di protagonista.

Ma andiamo con ordine e facciamo una carrellata di alcune delle stelle hollywoodiane che appaiono in questo film (roba che a confronto la serata degli Oscar è una cena tra amici): Johnny Depp, di cui almeno un paio di volte all’anno i giornalisti annunciano l’inesorabile declino e che puntualmente troviamo in film che nel bene o nel male sanno far parlare di sé; Penelope Cruz, che era da un po’ che non si cimentava in un ruolo in cui mostrare la sua espressione addolorata e presa a schiaffi dalla vita; William Dafoe, che per me rimane sempre il cattivo di Spider Man; Judi Dench, che è così brava e (in)credibile nella parte che per un attimo ho pensato che fosse lì dal 1974 e Michelle Pfeiffer, che anche ad ottant’anni sarà di una bellezza sconvolgente, cosa che a me personalmente indigna.

A questo punto per chi, chiuso in un bunker antiatomico dal secondo dopoguerra, non conosca la trama la riassumerò a grandi linee (ma premetto che farò spoiler, se di spoiler si può parlare per un libro uscito più di ottant’anni fa e un film degli anni ’70): il celebre ispettore belga Hercules Poirot si ritrova per caso sull’Oriente Express, lussuosissimo treno che da Instabul porta nel cuore dell’Europa, a viaggiare con lui ci sono altre tredici persone di cui una verrà uccisa durante la prima notte di viaggio. Il caso sembra complicato persino per il baffuto ispettore ma la soluzione arriva da una vicenda di cronaca di due anni prima, il rapimento e l’uccisione di una bambina, che collega tra loro tutti i viaggiatori. La vittima è infatti l’assassino della bambina, sfuggito alla polizia, e i passeggeri sono tutti legati alla vicenda che, per motivi diversi, ha sconvolto e spezzato le loro vite; l’omicidio è frutto di un piano che i dodici hanno elaborato per lungo tempo e messo in atto tutti insieme.

Poirot scopre ogni cosa e, andando contro il suo principio fondamentale per cui esistono solo due cose, il giusto e lo sbagliato, decide di fornire un alibi ai colpevoli e di dare alla polizia un’altra versione della vicenda; giustificando un atto così brutale e freddamente compiuto.

La grandezza del film di Lumet, che confesso di amare oltre ogni misura, stava nella calibratura del personaggio di Poirot, umano ma non troppo, mi verrebbe da dire, cercando di spiegare il suo atteggiamento di indagatore curioso e super partes che non si arroga il diritto di giudicare ma solo quello di scoprire la verità.

L’ispettore interpretato da Albert Finney è un uomo di scienza, dotato di autoironia e cinismo, che nella scena finale, scoperti i colpevoli, chiede loro se sentono di aver sbagliato, ma sa già che così non è e che non sarà proprio lui a dare loro una condanna.

Branagh invece tradisce, secondo me, la natura del personaggio conferendogli innanzitutto un ego strabordante, portandolo a dire frasi del tipo: “Solo a due persone non potete mentire: a Dio e a Hercule Poirot”, e poi rendendolo un uomo umano, vittima di passioni, di dolori, di dilemmi morali. Tornato in scena dopo quarant’anni, l’ispettore belga è diventato un nevrotico contemporaneo, privo dell’eleganza, la leggerezza, l’ironia che lo contraddistinguevano.

Il regista si concede poi una vera “licenza poetica” e, forse ancora memore dei supereroi Marvel, rende Poirot protagonista di non una ma di ben due scazzottate con tanto di salti mortali, colpi di pistola e pericolo di vita; questa cosa la riporto a titolo di cronaca perché credo che sono stata così incredula durante la visione che ancora non trovo le parole per commentarla.

Dopo aver detto tutto quello che non mi è piaciuto diciamo anche qualcosa di buono sul film che da quattro giorni è campione d’incassi al botteghino.

Innanzitutto le scene e le ambientazioni sono bellissime con effetti grafici spettacolari, il cast vanta degli attori così bravi che pur impegnandosi non si riuscirebbe a fare un brutto film, la storia resta un evergreen intramontabile che oggi come allora intriga e appassiona anche chi già sa come andrà a finire.

Insomma, se si dimentica la pellicola di Lumet e si considera solo questo, il film non è male, anzi ha molti punti a suo favore, l’unica pecca è che forse strizza un po’ troppo l’occhio alla saga di Sherlock Holmes di Guy Ritchie, a cui rassomiglia sia nelle tematiche che nelle ambientazioni, ma rispetto al quale manca di dinamicità e irriverenza.

Il finale lascia intravedere un sequel, già annunciato peraltro, con un altro cult Assassino sul Nilo, non resta allora che aspettare e vedere cosa ci riserverà Branagh (magari un inseguimento tra le Piramidi e un Poirot vestito da mummia).

Valutazione dell'autore

Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.