Arrival – Recensione

 In Cinema e Teatro

La fantascienza è un colore freddo. Come lo spazio profondo, la superficie di una pelle sintetica o il silenzio di un monolite. E’ un viaggio verso l’ignoto, più che un genere, un incontro con l’alieno che ci inquieta, spostando il nostro immaginario un metro più in là. Nel 2013 Gravity di Alfonso Cuaròn, dimostrò che questo viaggio non doveva necessariamente portarci in una galassia lontana lontana; che il punto di partenza poteva coincidere con l’arrivo; e che più di un freddo scafo lanciato nel vuoto valesse il cuore pulsante dei suoi abitanti (anche per ragioni commerciali). In questo senso, Arrival di Denis Villeneuve è una perfetta sintesi della rotta intrapresa dalla recente Fantascienza.

12 navicelle monolitiche sono atterrate sulla Terra, in punti differenti senza alcun collegamento. Mentre i governi di mezzo mondo si preparano al peggio, viene convocata, in gran segreto, la linguista Louise Banks (Amy Adams). La sua missione? Comprendere la lingua dei misteriosi alieni per scoprirne le intenzioni, prima che la paura inneschi una devastante guerra globale.

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Dopo aver decifrato i più oscuri labirinti interiori (Prisoners) e averci mostrato le belve che nessun muro può tenere a bada (Sicario)per Denis Villeneuve era naturale se non necessario il confronto con il più letterale alieno.

Adattamento del libro “Story of Your Life” di Ted Chang, Arrival trasforma una classica parabola fantascientifica in un dramma intimista che rispolvera la discussione sul concetto di “linguaggio”.  Guardando ad un modello illustre come Contact di Robert Zemeckis, una volta tanto, fondamentale non è guidare una navicella, risolvere un’equazione o sparare il missile più grosso; La vera prova di Louise è riuscire a comunicare con un essere completamente diverso da lei, in un mondo in preda ad una frettolosa paura, al rumore delle notizie false, ai fanatismi. E’ l’unica a mettere la comprensione prima dell’azione e del giudizio.

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Ancora una volta a fare la differenza è lo sguardo registico di Villeneuve che dirotta il nostro con grande (e furba) abilità. La messa a fuoco, le scelte cromatiche nelle singole inquadrature, i tagli, ci fanno condividere il percorso emotivo di una donna che passo dopo passo comprende e accetta se stessa. Guardando Arrival si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un Interstellar depurato dai suoi errori e i suoi, pur ambiziosi, azzardi. Ci sono delle scene che mi sono divertito a leggere come un dialogo per negazione tra i due film: un tunnel dove la gravità tanto cara a Nolan non ha potere; una lavagna dove i contorti calcoli matematici vengono sostituiti con una più semplice e diretta domanda “Qual è il vostro scopo sulla terra”?

Fate grande attenzione poi alla colonna sonora che, a mio avviso, dovrebbe ricevere l’Oscar al Miglior attore non protagonista . Come in Sicario, le note di Jòhann Jòhansonn danno una voce a ciò che la sceneggiatura non fa parlare. Ecco dunque il “respiro” della navicella aliena vista con gli occhi degli uomini; ecco gli alieni con una serie di voci ritmate e interrotte che inseguono i tentativi di Louise. Una colonna sonora che rende l’idea di “alieno”.

Facilissimo sarebbe rovinare il (semplice) meccanismo di Arrival che nella seconda parte mostra un po’ il fianco alle critiche (su tutti i fronti). Con il suo finale Arrival sembra infatti ricadere in vecchi vizi del genere Fantascientifico con momenti che richiedo una forte sospensione dell’incredulità (vi dico solo “telefono”). Tutto si perdona comunque, proprio perché ciò che suonerebbe come una trovata furba, una volta tanto, risulta funzionale alla definizione della protagonista Louise.

L’Alieno deve offrire solo un punto di vista. Il resto dobbiamo farlo noi, gli unici in grado di accettare l’apparente e doloroso caos della vita. Una consapevolezza che abbraccia in maniera struggente le ultime immagini accompagnate dalle note di Dinah Washington “This Bitter Earth” (riadattata da Max Richter). Per quanto amara sia, forse, vale ancora la pena vivere su questa nostra terra, senza fuggire in altri mondi.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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