“Arredo casa e poi m’impicco”. Intervista all’autore Massimiliano Virgilio

 In Interviste, Letteratura

Forte della passione del nonno per le storie, a casa nostra i libri esigevano rispetto e io li usavo per ritagliarmi uno spazio che l’ultimo arrivato in una tribù si guadagna sempre con più fatica degli altri. Ma all’epoca non lo capivo,[…]prendevo un libro e iniziavo a leggere.” Così parla Michele, protagonista di Arredo casa e poi m’impicco, edito da Rizzoli: un romanzo che ottiene facilmente rispetto. L’autore, Massimiliano Virgilio, al suo terzo libro, dopo Più male che altro e Porno ogni giorno, scrive per cinema e teatro, collabora con il Mattino, ed è autore e conduttore di Zazà su Radio 3.

Arredo casa e poi m'impicco

Anche se Michele prova un “lugubre brivido” nel sentire chi, con “aria losca”, gli chiede della trama, quella di Arredo casa e poi m’impicco va senz’altro accennata nella sua sorprendente originalità.

“Per essere uno scrittoruncolo meridionale, trentenne, con due insuccessi editoriali alle spalle, stavo facendo una cosa piuttosto stupida: stavo comprando casa”: così Michele si ritrova, senza capire del tutto il perché, in un appartamento a Capodichino arredato con mobili dai nomi esotici, che presto svelerà i propri difetti.
A fare compagnia a Michele ci sono i personaggi dei suoi libri preferiti, con i quali fin da piccolo è solito confrontarsi.
E poi c’è Miss Vrenzola, la “Maradona delle pulizie, con il culo di Jennifer Lopez”.
C’è P., il suo migliore amico.
C’è un’inaspettata ballerina.
Intanto, per fare fronte al mutuo e ai lavori condominiali, Michele accetta una sceneggiatura su Padre Pio offertagli da un ex produttore di film a luci rosse.

Questo libro è stupefacente, come i suoi personaggi: alterna passaggi leggeri ed esilaranti ad altri malinconici e amari; poche righe dopo l’analisi e il sarcasmo, viene invaso da un sincero sentimento. L’autore riesce a dosare esagerazione e ironia senza che il lettore vada in overdose, e lo fa in tutti i molteplici temi che attraversano il romanzo.
La casa, innanzitutto: quella che ha causato la più grave crisi economica degli ultimi decenni, quella che fa rimpiangere a Michele “i tiempe belle di una volta […] in cui arredare casa diventava un’impresa lunga mesi e anni che esigeva si sfogliassero cataloghi più lunghi della Sacra Bibbia e che provocava feroci conflitti tra consanguinei – ciononostante rinnovando un’idea di stare al mondo arcaica e comunitaria”.
Si, perché “dal Medio Pleistocene in poi la soluzione a tutti i dubbi era sempre la stessa: riparo e cibo.”

E poi la solitudine, a cui Michele cerca di rimediare con la fantasia, con l’amore, ma anche con un “pelatutto ben impacchettato”;
i trent’anni, “l’idea che nella vita cominciasse a esserci un prima sempre più consistente, senza poter confidare nella prospettiva di un dopo infinito”;
il rapporto con i genitori, e soprattutto con il padre, un rapporto malinconico descritto con maestria da Virgilio con parole e immagini semplici: il diverso approccio filosofico a una vaschetta di noccioline, il bisogno di conversare qualche minuto in più su una panchina, un sorriso a denti gialli.

E poi l’amore, dipinto con pennellate leggere: tra le nevrosi, la diffidenza, a volte il masochismo dei protagonisti, alla fine trovano spazio il bisogno e la meraviglia. Un amore imperfetto, che stenta a riconoscersi come tale, ma infine salvifico, raccontato con accenti che ricordano alcuni film di Troisi o del miglior Verdone.

Massimiliano Virgilio

L’autore Massimiliano Virgilio

Massimiliano, complimenti per il romanzo. Partiamo dalla copertina, come fa ogni lettore. In sede di presentazione del libro hai detto che ti è piaciuta la scelta grafica, perché ti ricorda un poco “Roger Rabbit”. Qual è il nesso con il tuo romanzo?
L’idea grafica della copertina ha colto molto bene, dal mio punto di vista, l’intenzione originaria contenuta nel romanzo prima che arrivasse sulla scrivania dell’editore. E cioè: coniugare la brutalità della realtà – e cosa c’è di più brutale del parquet di basso costo che si può acquistare nei grandi centri commerciali dedicati all’arredamento? – con la meraviglia dell’esperienza fantastica o di quella solo immaginata. Il mio protagonista, Michele, si muove in un mondo che somiglia a quello in cui si muovono i personaggi del film/cartone Chi ha incastrato Roger Rabbit?. Un mondo perennemente in bilico tra realtà e sogno, banalità e sacro della vita. Tra persone in carne ossa e personaggi dei fumetti.

Uno scrittore trentenne che compra casa: il tema non sembra essere tra i più battuti. Hai trovato letteratura al riguardo? Cos’altro hai letto o approfondito per la stesura del libro?
Non ho letto molti libri che parlano di casa, se non in maniera tangenziale. Né di mutui. Tutto però, a un certo punto, sul finire del 2009, quando ho cominciato a pensare al mio nuovo romanzo, mi portava alla casa come elemento primitivo della cultura italiana da cui partire. La mia vita – perché stavo prendendo casa proprio in quel periodo – ma anche la crisi internazionale che stava arrivando dagli Stati Uniti e che partiva dalla casa. Nonostante questo, dal mio punto di vista, Arredo casa e poi m’impicco è solo apparentemente un romanzo sulla casa. La casa come tana, antro, persino gabbia nella quale finire per sentirsi reclusi. Ma la casa anche come luogo di costruzione della propria identità.

La storia, e alcuni personaggi in particolare, come Daniel J., sembrano prestarsi bene a una versione cinematografica. Che ruolo ha giocato la tua esperienza di sceneggiatore nella stesura del libro?
Quando ho iniziato a scrivere questo romanzo non ero ancora uno sceneggiatore e non avevo scritto ancora nulla per il cinema. Ero (come lo sono ancora) soltanto un grande spettatore. Nel mio caso credo che il rapporto tra letteratura e cinema sia ribaltato: è la mia esperienza di scrittore e romanziere a influenzare quella di sceneggiatore. C’è da aggiungere, però, che l’esperienza di sceneggiatore ha poi successivamente modificato il mio modo di leggere e analizzare le storie. Pur nella consapevolezza che si tratti di due strumenti simili (entrambi usano la parola e nel mio caso – spero – la bella parola) ma appartenenti a due codici, a due linguaggi, totalmente diversi. A volte persino estranei e in lotta tra loro.

Sempre durante la presentazione del libro, hai detto di rimpiangere il periodo in cui la casa e il lavoro erano due momenti separati, ognuno con una propria dimensione non contaminata, a differenza di ciò che vive Michele. Se è vero per moltissime nuove professioni che si possono disimpegnare da casa, non credi che per gli scrittori sia stato sempre così?
Lo sai che forse hai ragione? Probabilmente gli scrittori sono tra i primi “lavoratori” della storia, dopo le prostitute, a lavorare e vivere nello stesso luogo. Forse questo dipende anche dal fatto che il mestiere di scrittore è un mestiere vero da un tempo relativamente breve rispetto agli altri. In ogni caso, è un mestiere un po’ atipico. Non sempre scrivere porta guadagni, non sempre è un mestiere. Innanzitutto, solo per alcuni lo è e non per tutto il giorno, come nel mio caso. In ogni caso, credo che una società in cui è stato distrutto il concetto di lavoro finisce poi per distruggere ogni separazione tra spazio e tempo del lavoro e della vita privata. Questo per me non è un progresso. Ma un passo verso la barbarie.

Nel tuo secondo libro, “Porno ogni giorno”, descrivi alcuni aspetti “pornografici”, volgari, della cultura partenopea. In “Arredo casa e poi m’impicco” un ex produttore di film a luci rosse vuole produrre un film su Padre Pio, mentre l’editore di Michele parla di capolavori letterari come di un prodotto da supermercato. C’è un filo conduttore?
Credo fortemente nell’idea che lo scrittore oggi debba provare a misurarsi con l’osceno presente nella nostra società. Non deve parlare di attualità, né scrivere in maniera “realistica”. Lo scrittore deve scrivere capolavori. Deve lavorare di fantasia e in essa perdersi. Eppure, mentre lo fa, deve provare a portare a galla l’oscenità – soprattutto consumistica e post-consumistica, direi – del nostro vivere presente. La pornografia, se paragonata al consumismo verso cui tutti vogliono spingerci (persino i politici oggi ci dicono che dobbiamo consumare per crescere ed essere più felici) è forse la meno volgare tra tutte le forme di consumo.

Ti rigiro una domanda che Michele fa a se stesso: “dalla finestra osservai l’alba napoletana al biossido di carbonio che ubriacava la terra, le falde acquifere, gli alberi da frutta, le piante, gli animali. Come poteva il mio amore essere puro in una terra così corrotta?”
Ed io, come Ivan nei Fratelli Karamazov, ti rigiro la domanda: “Posto che tutti si debba soffrire, per comperare a prezzo di sofferenza la futura armonia, che c’entrano i bambini?”. La domanda, come vedi, è sempre la stessa. Per Ivan il problema era la perduta fede in Dio, un Dio che se fosse tale non dovrebbe permettere la sofferenza dei bambini. Per me e per molti italiani come me, credo – visto che ho un rapporto così speciale e intenso con la mia terra d’origine – la domanda è esattamente quella che si pone Michele. La risposta, fuori dal romanzo, ce l’ho. Sta nel rapporto tra dimensione privata e pubblica di ogni individuo. Nessuno può pensare di salvarsi salvando solo il proprio privato, i propri affetti, la propria casa. Il proprio orto. L’egoismo sociale ci ha portati al punto in cui siamo (e non mi pare siamo a un buon punto). O mi sbaglio? La casa, dunque, non è solo mia o tua. O almeno non dovrebbe esserlo. La casa o è di tutti o non è di nessuno.

Alberto Bile
1987, Napoli. Reporter Freelance con passione per Mediterraneo e America Latina. Ho un sito - www.ovunquevada.it - e scarpe piene di crepe, per colpa di Terzani.
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