L’amica geniale: la storia di tutte le storie

 In Letteratura

Avete presente quella storiella per cui quando vedi qualcuno che a prima vista ti sta irrimediabilmente antipatico allora probabilmente finirà per diventare il tuo migliore amico o un grande amore? Ecco, a me tutto ciò succede con i libri e ormai sono ben conscia che quando qualche testo senza averlo neanche letto mi dà sui nervi, finirà negli anni con diventare una delle mie opere preferite.
Questa sorte è toccata anche con mille reticenze, rimostranze, tentativi di resistere, alla quadrilogia della misteriosa Elena Ferrante: L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta.
Ricordo perfettamente l’astio con cui mi schieravo contro la Ferrante fino a poco tempo fa, le appassionate invettive che non perdevo occasione di muoverle e le canzonature agli amici che erano caduti, secondo me, in una perfetta e astutissima trovata di marketing.
Così ho iniziato a leggere la storia di Lina Cerullo e Elena Greco, con questo fastidio e con l’aria di sfida della lettrice che pensa: “Guarda che sono più furba di te, non mi faccio fregare da un nome senza volto che racconta la mia (la nostra) città e guadagna immeritatamente tutti questi soldi e questa fama!
Com’era però prevedibile mi hanno fregato tutte e tre e l’influenza degli ultimi giorni mi ha dato anche il tempo per divorare l’ultimo volume di questa storia di cui con fatica ed emozione provo a parlare.
Mi sono chiesta molte volte, prima di iniziare L’amica geniale, cosa avessero questi libri di tanto speciale da aver travolto in una frenesia collettiva mezzo mondo, perchè Napoli fosse stata invasa da turisti che chiedevano di vedere i luoghi squallidi e degradati che avevano dato i natali alle due protagoniste. Io stessa ricordo che dopo il primo libro (che mi aveva folgorata anche se io stessa facevo fatica ad ammetterlo) avevo provato a spiegare ad un amico di cosa parlasse e lui aveva commentato: “Ah vabbè! Una sorta di libro Cuore, insomma!”. Ma no! Ovvio che non lo era, ma come facevo a spiegarglielo?
Quattro libri e migliaia di pagine dopo ancora ho difficoltà a spiegare la grandezza, la forza travolgente e la genialità dell’opera di Elena Ferrante che racchiude mille anime in una sola grande cornice, in cui personaggi, epoche, ruoli, scenari politici, trovano un accordo armonico e vitale che li incastona mostrando come la storia personale di ognuno di noi si intrecci non solo a quella degli altri ma anche con la Storia con la “S” maiuscola, quella della propria città, del proprio Paese e del mondo intero.
La Ferrante riesce a rendere unico e inconfondibile tutto ciò di cui parla: innanzitutto ci sono le due protagoniste, Lina Cerullo e Elena Greco, entrambe geniali eppure così diverse, opposte per modi di pensare ma allo stesso tempo indissolubilmente legate, la loro amicizia è uno specchio in cui si guardano vedendo riflesse in sovrapposizione sé e l’altra, e questa fusione le attrae e le respinge, sempre confuse su dove inizi l’una e finisca l’altra, un po’ come i gemelli della Trilogia della città di K. di Agota Kristof ma senza la volontà di ingannare il lettore.


Nel rapporto così esclusivo e affascinante delle due protagoniste la scrittrice proietta ogni bene e ogni male del mondo, rendendole vittime e carnefici, capaci di provare le più atroci meschinità così come il bene più elevato.
Attorno e dentro di loro ecco che si innesta il terzo protagonista della storia: il Rione popolato dal suo microcosmo di stereotipi dai tratti però umani e vivissimi. I camorristi, i poveracci, i ricchi improvvisati, lo scarparo, il salumiere, la maestra di scuola, sono tutti i personaggi di questo presepe grigio uniti da un feroce attaccamento alla vita. Nel corso dei quattro libri li vediamo crescere, insieme alle protagoniste, istaurare legami, romperli, farsi coinvolgere dalla Storia, passare dall’essere semplici meccanici ad essere brigatisti, da vestire i camici bianchi di una farmacia ad indossare le camice nere degli squadroni fascisti. Tutto però mantiene quel carattere feroce, aggressivo, guidato dallo spirito di sopravvivenza che da sempre accompagna il popolo napoletano.
Ma anche tutta questa ricchezza e complessità di figure, personaggi, storie non basta da solo a giustificare il successo planetario di Elena Ferrante.
Cos’è allora questo fascino che i suoi libri sprigionano? Da dove viene questa irrimediabile devozione della sua setta di lettori?
Probabilmente è qualcosa di impalpabile, una spinta vitale e sotterranea che non si può spiegare, è un po’ come l’intelligenza affilatissima e inafferrabile di Lina che Elena rincorrerà per tutta la vita non riuscendo mai a comprenderla del tutto. Ed è proprio questa genialità imprendibile che rende opaco ogni tentativo di spiegarlo o (peggio ancora) di trasportarlo in pellicola, come è successo alla seria prodotta dalla Rai e da HBO e andata in onda in Italia in queste settimane, che seppure ben confezionata, ricca di dettagli, costruita ad arte, appare comunque priva di intensità agli occhi di chi ha divorato le pagine di libri, manchevole di tutta l’interiorità sconfinata e di quello sguardo immenso, lucido ma allo stesso tempo carico di emozioni che viene fuori dalla scrittura della Ferrante.
Ecco perchè parlarne, tentare di spiegarlo, è inutile, l’unica cosa che va fatta con L’amica geniale è leggere tutti e quattro i volumi cercando di trattenere il più a lungo possibile e di cogliere la maggior parte degli stimoli, delle sensazioni e delle riflessioni che essi riescono a suscitare, consapevoli della difficoltà di trovare – una volta finiti – le parole giuste per raccontarle.

Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
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