DI LAVINIA PETTI

Tutto inizia con l’arrivo in America, tanto, tanto tempo fa.

I vichinghi affrontano un viaggio prostrante e approdano su una terra ostile. Vogliono tornare a casa, ma non c’è vento che gonfi le vele.

A nulla serve intagliare il volto di Odino su un ceppo di legno, e sacrificare un occhio o bruciare vivo un uomo. Il dio della guerra ha bisogno di qualcosa di più: ha bisogno di sangue. I vichinghi combattono tra loro, si ammazzano senza pietà. La carneficina soddisfa il dio, che concede il vento propizio.

I vichinghi fuggono, ma si lasciano qualcosa alle spalle, una traccia della loro venuta.

Lasciano una fede, lasciano un dio.

Il prologo si chiude, la scena si sposta ai giorni nostri.

Shadow Moon è in prigione da tre anni, ma ormai manca poco alla sua scarcerazione. Appena qualche giorno e potrà riabbracciare la sua amatissima moglie Laura.

Poi, una chiamata improvvisa dal direttore: lo liberano quel giorno stesso. Sua moglie è morta.

Sull’aereo, Shadow finisce per caso in prima classe e si ritrova seduto accanto a un uomo da un occhio di vetro. Iniziano a parlare. L’uomo sembra conoscere Shadow, o forse tira solo a indovinare. Shadow gli chiede chi sia, e l’uomo misterioso ribatte con una domanda:

“Che giorno è oggi?”

“È mercoledì.”

“Allora oggi è il mio giorno. Facciamo che mi chiamo Wednesday.”

Mr. Wednesday è un uomo ambiguo, affascinante, dalla parlantina brillante. Uno di cui forse è meglio non fidarsi. Propone a Shadow di lavorare per lui. Shadow rifiuta l’offerta. L’aereo viene dirottato a Saint Louis a causa di una tempesta, così il viaggio verso Eagle Point e l’estremo saluto a sua moglie prosegue on the road.

Fermandosi in una sperduta stazione di servizio per mangiare un boccone, curiosamente Shadow trova Mr. Wednesday ad aspettarlo.

La proposta è sempre valida: lavorare come suo braccio destro.

Shadow rifiuta ancora una volta, in fondo ha già un lavoro che lo aspetta. Ma Mr. Wednesday gli rivela che quel lavoro non c’è più, perché non c’è più il suo amico Robbie che glielo avrebbe offerto. È morto anche lui nell’incidente d’auto in cui Laura ha perso la vita.

Così Shadow affida le sue sorti a una moneta. Esce testa, e la sua avventura accanto a Mr. Wednesday ha inizio.

Si comincia con una scazzottata nel bar, con un omaccione che dichiara di essere un lepricano, e che non è poi così piccolo come raccontano le leggende. Si chiama Mad Sweeney, tira monete fuori dall’aria (perché è più comodo che tenerle nelle tasche), e Shadow ha la meglio su di lui. Per questo, Mad Sweeney gli regala una moneta.

Mr. Wednesday accompagna Shadow a Eagle Point e gli propone di prendersi del tempo per riflettere sulla sua proposta, e di riflettere per bene, perché questa è l’ultima volta che potrà farlo.

Al funerale, Shadow incontra Audrey, moglie di Robbie e migliore amica di Laura, che non gli risparmia un’altra bastonata. La macchina di Robbie si è schiantata mentre Laura gli praticava del sesso orale. Sono morti così.

Shadow è capace di mantenere la calma perfino in un momento tanto tragico e patetico, e aspetta di trovarsi solo davanti alla tomba della moglie prima di sfogare la sua rabbia e il suo dolore. Audrey cerca di sedurlo al cimitero, per riprendersi la sua dignità. Ma Shadow le resiste.

Intanto, la moneta di Mad Sweeney, che Shadow aveva gettato sulla tomba di Laura, viene risucchiata dalla terra.

Nel frattempo, a Los Angeles, una donna di nome Bilquis ha un incontro con un uomo conosciuto on-line. Durante il rapporto, lei gli chiede di venerarla come una dea, e travolto dal piacere lui si lascia andare, sempre più a fondo, sempre più a fondo, finché scompare, inghiottito dal sesso di Bilquis, che alla fine dell’amplesso è più giovane e più bella.

La scena si chiude, si riapre su Shadow che torna avvilito al suo motel. Quando d’un tratto i lampioni si spengono, e viene attirato da uno strano dispositivo ai bordi della strada, che si attacca al suo volto. Shadow perde i sensi e si risveglia in una limousine con due energumeni senza volto e un ragazzo che si fa chiamare Technical Boy. Sa per chi lavora Shadow adesso, e gli dice che Wednesday e quelli come lui sono vecchi, antichi, superati, e che il futuro appartiene a loro.

Shadow non capisce di cosa stia parlando il ragazzo, ma in ogni caso rifiuta di collaborare. Technical Boy ordina ai suoi uomini di ammazzarlo. Shadow si ritrova di nuovo sulla strada, picchiato e appeso a un albero. Poi una forza misteriosa interviene a salvarlo, smembrando gli uomini di Technical Boy e lasciandoli in un bagno di sangue.

Questo è The Bone Orchard, il primo episodio di American Gods, tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman.

Lo diciamo da subito: il risultato è ottimo.

Non era impresa facile. Entrare nella mente di Gaiman di per sé è già un rischio, ma tirare fuori quel che c’è dentro è per gli sprezzanti del pericolo.

Fortuna che quelli della Starz sono assetati di adrenalina.

Con questo primo episodio, Bryan Fuller (regista di Hannibal), Michael Green e David Slade restano fedeli ai primi due capitoli del romanzo. Scene e dialoghi riprodotti a puntino, arricchiti qui e lì, modificati secondo le regole del medium. Non si nascondono dietro le loro scelte cinematografiche, anzi le esibiscono con la stessa volgare strafottenza con cui si presentano i personaggi: l’assurdo c’è e si deve vedere. Si punta sull’onirico, sul black humour, sui colori sgargianti e sfondi cupi, su un montaggio ed effetti speciali che fanno scivolare lo spettatore dritto in una dimensione sovrasensibile, eppure concreta.

Non dovete sempre capire quello che sta succedendo, ma dovete provare a immaginarlo.

L’apice viene raggiunto quando Bilquis accoglie e inghiotte nel suo sesso l’amante in prostrazione (mi domandavo come avrebbero trasposto questa scena. Avevo paura, sono ammirata); e poi nella limousine di Technical Boy, dove le inquadrature e gli effetti digitali instillano inquietudine e straniamento, le stesse sensazioni che prendono Shadow.

 

Ricky Whittle è lo Shadow Moon che pretendevo, pacato, implacabile, umano. Di contro, Ian McShane (Mr. Wednesday) è un dio.

Ho passato gli ultimi anni a fare proseliti che avessero il coraggio di penetrare nell’universo di Gaiman. Ci sono galassie, in quella testa con troppi capelli, e sistemi solari e dimensioni binarie, città sotterranee, regni fatati oltre i muri e oceani alla fine di sentieri di campagna. Le sue storie sono posti dove accade tutto e il contrario di tutto, e il più delle volte nello stesso momento. Questa storia in particolare gli è venuta in mente immaginando due uomini seduti su un aereo; uno dei due era più vecchio, e forse era un mago, e offriva al più giovane un lavoro. Qualche tempo dopo, finito per caso in Islanda, Gaiman è rimasto incantato davanti a un cartellone turistico che illustrava il viaggio di Leif Erikson, finito in America passando per la Groenlandia.

“Chissà se hanno portato i loro dèi con loro. Chissà se li hanno lasciati lì, quando sono tornati a casa.”

Da una domanda è nata una storia. Questa storia. Parla di uomini e dèi, parla di immigrazione e di viaggi, parla di un passato mitico e di un futuro imprevedibile. Parla di realtà per metafore, com’è nel suo stile. Con Gaiman non sai mai dove ti porterà la prossima pagina, la prossima frase, e ogni parola è una porta sull’altrove. Fantascienza, horror, fantasy, urban fantasy. Tutto ciò che appartiene al campo dell’immaginazione, appartiene a Neil Gaiman.

Perciò attendevo con ansia il primo episodio di American Gods.

Da fan, do la mia totale approvazione.

A partire dalla psichedelica sigla iniziale, coloratissima e cupa. Poi un po’ tutto, dalle scelte cromatiche alla sceneggiatura, dalle scene di sangue alle battute stonate, infilate come sciabole in frasi epiche… tutto è velato di pulp.

I cultori dei film anni Novanta apprezzeranno parecchio. E apprezzeranno gli amanti dell’immaginario, quelli che aspettavano da tempo una serie tosta che scardinasse le regole dello story-telling.

Chi non sa ancora di cosa parli veramente American Gods può aiutarsi con il titolo. Chi mai può essere l’enigmatico Mr. Wednesday? Perché un lepricano bazzica per i locali del Missouri? Chi è Technical Boy?

Se non volete spoiler, vi conviene fermarvi qui.

Se invece cercate un po’ di luce, vi accontenterò: American Gods è il resoconto di una guerra. Non una guerra qualunque, beninteso.

Si tratta della guerra di tutte le guerre: il Ragnarock. Alla fine del mondo e della storia dell’uomo, sul campo di battaglia si schiereranno vecchi dèi e nuovi idoli.

Gli dèi che gli uomini hanno portato nel Nuovo Mondo quando lo hanno colonizzato. Odino, Chernobog, Bilquis, Anansi, Ibis…

E chi o cosa sono questi nuovi idoli? Divinità della tecnologia, della tv, delle autostrade, del bancomat, che vogliono prendere il posto dei vecchi dèi nelle coscienze umane.

Dèi antropomorfizzati, come ci insegnavano tra i banchi del classico. Dèi dominati da passioni, dèi dispersi, distrutti, avviliti, dimenticati, dèi che giocano con le vite degli uomini. Dèi assetati d’amore, di morte e di sangue.

A farne le spese, sarà il galeotto Shadow Moon.

Quello che avete visto non è che l’inizio di un’avventura immaginifica, cruda, cattiva, spiazzante e indimenticabile. Un viaggio attraverso gli Stati Uniti e ai confini del mondo, che vi terrà sospesi tra una dimensione terrena e una ultraterrena, fino all’epico scontro finale.

 

Valutazione dell'autore

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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