Altered Carbon: la serie sci-fi di Netflix che ci prende un pò per il culo

 In Serie Tv

Poteva essere la serie sci-fi dell’anno. Non sto scherzando. Le premesse erano più che buone, oserei dire ottime.

Basti pensare che la sceneggiatrice americana di orgini greche, Laeta Kalogridis (precedentemente sceneggiatrice di film del calibro di “Shutter Island” ), aveva chiesto, già una quindicina di anni fa, i diritti del romanzo di successo “Bay City” di Richard K. Morgan da cui è tratta la serie, per realizzarne un lungometraggio. Gli Studios non le diedero troppo retta, per usare un eufemismo. Con la scusa che il romanzo, e quindi anche la sceneggiatura scritta dalla Kalogridis, fosse materiale troppo complesso da riportare sullo schermo, si burlarono della povera Laeta per diversi anni, con la classica scusa del “Le faremo sapere”.

Finché un giorno appare Netflix.

Sarà che una serie sci-fi validissima non ce l’ha ancora, o sarà per seguire la scia del successo dei mondi cyber punk riportati in auge dal sequel di Blade Runner, decide di comprare la sceneggiatura di Altered Carbon. Ne compra i diritti e potrebbe fare bingo! E invece… Non ci siamo!

La serie (disponibile su Netflix dal 2 febbraio) era attesa dai fan del romanzo, con quella smisurata eccitazione che sentivamo un po’ tutti da bambini mentre attendevamo le vacanze estive. Le aspettative erano grosse, troppo grosse da soddisfare e il fallimento in questi casi è dietro l’angolo. La storia è ambientata nella città di Bay City, nell’anno 2384, in un lontano futuro distopico dove gli esseri umani hanno sconfitto la morte ideando delle pile corticali (memorie artificiali sulle quali sono caricate le coscienze di ciascun individuo, ndr) che vengono a loro volta digitalizzate e salvate, svincolando l’esistenza umana da qualsiasi legame corporeo. Insomma, non si può morire. Ogni volta che muori la tua coscienza viene trasferita in una nuova “custodia”. Ovviamente i ricchi prendono le custodie migliori e la loro coscienza vive all’interno di quest’ultima finchè non si danneggia o finchè non vogliono cambiare aspetto per mera vanità. Ai poveri non restano che gli scarti, le custodie peggiori o quelle a cui possono aspirare, e se non possono permettersene una nuova, vanno incontro alla “vera morte”.

“La vita eterna, per chi se lo può permettere, significa controllare chi non può”.

Il protagonista della serie è Tak (Joel Kinneman, già protagonista della serie “The Killing”), un detenuto che viene risvegliato dopo 250 anni, a cui viene assegnata una nuova custodia con l’ingrato compito di risolvere un complicato omicidio di cui è vittima il prestigioso e facoltoso Laurens Bancroft (James Purefoy, visto in “The Following”), che in cambio gli offre la libertà.

Una storia, quindi, intrigante che da subito getta le basi per dei quesiti e delle domande più profonde, che porta lo spettatore a riflettere sulla sua esistenza e sulla “mercificazione” del corpo umano. La superiorità della mente e il concetto di inutilità del corpo vengono costantemente sottolineati attraverso l’eccessiva messa in scena della nudità dei vari personaggi che popolano il mondo di Altered Carbon. Inoltre, un altro punto chiave che si evince già dai primi episodi, è la paradossale questione religiosa. L’uomo è riuscito a liberarsi dalla schiavitù della morte e può quindi elevarsi a Dio, rendendo così ridicola l’esistenza della religione e della fede. Di conseguenza, i primi quattro episodi sono pilotati da un viscerale senso morale che esprime la corruzione di una società futuristica, in cui tutti possono fare quello che vogliono e dove il concetto di umanità, così come lo intendiamo noi, è quasi del tutto svanito.

Sono queste le cose che passano per la testa se guardi i primi episodi di Altered Carbon. Tutto molto bello. Un preambolo così non si vedeva dai tempi di Lost. Sei lì, seduto sul divano, che inizi a sbracciare in preda a crisi di gioia, in testa ti parte la musica dei Carmina Burana e pensi che stai per immergerti nel paese dei balocchi delle serie tv.

E invece, ad un certo punto, la storia vacilla, perde di credibilità e i dialoghi diventano banali. (Forse ho addirittura sentito dire da uno dei protagonisti un “Baby, please don’t go”, ma non ne sono certa) Infatti dal quinto episodio in poi, il racconto sci-fi dai risvolti filosofici e profondi, si trasforma improvvisamente in una serie d’azione, in cui scazzottate e sparatorie si ripetono senza fine in un vortice di noia “mortale”. Ebbene sì, attentato alla vita dello spettatore. Che in questo caso può morire e non può mica cambiare custodia. L’estetica continua ad apparire perfetta fino all’ultimo episodio, con dei rimandi continui all’universo cyberpunk (ad esempio la presenza della pioggia nelle scene clou).

Ma una serie tv, come sappiamo, non può eccellere soltanto per la sua bellezza esteriore, deve avere una coerenza, una linearità che qui manca quasi del tutto. Una trama principale accattivante e delle sottotrame perlomeno interessanti. La trama c’era, poi è stata del tutto abbandonata, come se l’autrice volesse strafare, metterci un po’ di tutto, azione, amicizia, amore, cyber, robot, navicelle spaziali, zucchine, melenzane, gateau di patate e tante altre cose, sacrificando quindi la storia.

La serie verso la fine diventa vittima di se stessa. Si crede onnipotente, proprio come i ricchi dell’universo di Altered Carbon, cerca di cambiare “custodia” continuamente, portando al fallimento un progetto che era in partenza destinato al successo.

…E dire che con tutti soldi spesi per pubblicizzare la serie avrebbero potuto comprarsi una custodia più giovane e aitante.

 

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shosanna777

shosanna777

30 anni. Eterna ragazzina. Amante del cinema. Appassionata di letteratura inglese e di tutto quello che ha a che fare con la cultura anglosassone. Passione moderata per i libri e per i fumetti. Infine...insaziabile divoratrice di Serie Tv.
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Comments
  • Nunzia
    Rispondi

    Che ritmo questa recensione! Ottima.

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