“Allacciate le cinture” – Recensione dell’ultimo film di Ferzan Ozpetek

 In Cinema e Teatro

Ci vuole un po’ di pazienza in questo “Allacciate le cinture”, ultima fatica del regista turco – ma italiano d’adozione – Ferzan Ozpetek. Per i primi venti minuti almeno. Gli sguardi truci di Francesco Arca, situazioni un po’ “cinematografiche” (nella realtà accadono difficilmente), e qualche stereotipo di troppo, fanno presagire di essere incappati nel film meno ispirato del talento turco.

Poi però il registro cambia, e la parte centrale del film, pur risentendo di qualche calo qualitativo, riesce a regalare emozioni e più di una risata. I personaggi secondari, quelli che dovrebbero essere più stereotipati, risultano i più umani, ottimamente caratterizzati e recitati ancora meglio. Non si può rimanere indifferenti alla malata Egle, o non volere bene alla bipolare Viviana/Dora (Paola Minaccioni ed Elena Sofia ricci). Anche la bambina “già adulta”, la piccola Guenda, riesce a sfuggire allo stereotipo del bambino intelligente e sfrontato, adulto più degli adulti, regalandoci un personaggio fragile, intelligente, non scontato e ben interpretato.

Le intuizioni registiche iniziano a mostrarsi con efficacia dopo la prima, timida, parte.

Ozpetek, Smutniak, Arca

Da sinistra verso destra: Francesco Arca, Kasia Smutniak, Ferzan Ozpetek

Il punto debole resta la recitazione di Francesco Arca, ex tronista e personaggio televisivo, che pur mostrando qualcosa di buono non riesce a dare al suo personaggio quella tridimensionalità di cui avrebbe bisogno per sfuggire ai luoghi comuni dentro cui è stato intrappolato: meccanico silenzioso e ignorante, razzista, palestrato, amante delle donne e delle grosse cilindrate. Sia per demeriti personali, sia per una scrittura opaca, Antonio, questo il nome del personaggio, non riesce a mostrarci il suo mondo interiore e i turbamenti che invece vorrebbe far abbondare nei suoi sguardi, e la regia si sofferma troppo spesso sul suo corpo statuario piuttosto che sulle sue debolezze da essere umano, con azioni coraggiose e poetiche che però non trovano riscontro in un’evoluzione, dichiarata ma non raccontata, del personaggio.

Brilla invece Filippo Scicchitano, che conferma quanto di buono fatto vedere in “Scialla!”, qui in veste dell’inseparabile amico gay di una delicata Kasia Smutniak, a cui invece è mancato qualcosa per rendere a pieno un personaggio splendidamente scritto e raccontato.

Resta alla fine un film fatto di alti e bassi, intuizioni geniali e banali stereotipi, che però riesce ad emozionare più di una volta pur restando lontanissimo dai precedenti capolavori di Ozpetek, “Mine vaganti” e “Le fate ignoranti”.

Michele Mangini

Michele Mangini

m.m.
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