Aimee Bender la maestra dei colori e delle parole

 In Approfondimento, Attualità, Letteratura

di Alessandra Farro

AimeeBenderNel mondo esiste un numero infinitissimamente alto di scrittori e ne esiste uno ancor più alto di lettori. Eppure, sono rari i momenti in cui i secondi incontrano i primi, diciamo anche che non succede quasi mai. Ma ci sono anche dei momenti in cui devono essere tutti d’accordo nell’affermare certe verità, come il fatto che esistono scrittori più originali di altri e che se qualcuno ha scritto dieci libri, questo non lo rende più capace di qualcun altro che di libri ne ha scritti due. È il caso di Aimee Bender, che ha effettivamente scritto (o almeno pubblicato) soltanto due libri allo stato attuale della sua vita, oltre a tre raccolte di racconti, ma che, nonostante questo, ha un serbatoio di immaginazione pari a chi di storie ne ha inventate almeno una dozzina.

Aimee Bender, 1969, è una scrittrice americana della California, che ha mostrato nel tempo di possedere un talento raro, diverso da quello posseduto la maggior parte degli scrittori del nostro secolo. Bender ha la capacità di rendere i sentimenti attraverso descrizioni del tutto fuori luogo, che difficilmente potranno essere immaginate. Lei dice le cose in un modo nuovo e racconta storie che non hanno niente a che fare con qualcosa di già scritto o già visto.162_bender_ragazza_alta

Arriva in Italia con Einaudi, nel 2002, con l’antologia Grida il mio nome, in inglese: The Girl in the Flammable Skirt, ripubblicata poi da Minimum Fax nel 2012 col titolo: La ragazza dalla gonna in fiamme, traduzione fedele all’originale. Da quel momento, nasce un amore, che ancora non ha concluso di essere consumato, tra la casa editrice romana e l’autrice americana. Tant’è che ha pubblicato anche le sue due altre antologie: Creature ostinate (2006) e La maestra dei colori (2014) e i suoi due romanzi, L’inconfondibile tristezza della torta al limone (2011) e Un segno invisibile e mio (Beat 2011), a riprova del fatto che la Minimum Fax sforna soltanto grandi talenti, da altri ignorati o sottovalutati nel tempo.

Io di lei ho letto tutto, non ne ho potuto fare a meno. Aimee Bender mescola le sue evidenti conoscenze sulla psicologia umana e sulle sue possibili patologie con vite ordinarie, dai problemi semplici; non a caso, in effetti, suo padre è psichiatra. Nel suo romanzo d’esordio, Un segno invisibile e mio, una ragazza poco più che ventenne si regala un’ascia per il suo ventitreesimo compleanno. È insegnante di matematica alle elementari e ha per mentore un ex professore di matematica, che coltiva una fissazione così acuta per i numeri, da appendersene uno al collo ogni giorno, a misurare il suo stato d’animo quotidiano. Come se tutto questo non fosse abbastanza, la protagonista ha una particolare tendenza a smettere le cose:

“Ho smesso con i dolci per il gusto di vedere se ci riuscivo – naturalmente sì; una sera ho smesso di respirare finché i polmoni non hanno preso il sopravvento; ho smesso di toccarmi la pelle, dormendo con le mani sotto il cuscino. […] Non ho mai smesso invece di tamburellare sul legno, cosa che facevo sempre. Era il mio modo di sigillare nelle radici e nella corteccia ogni cosa interrotta; ascolta, dico al legno…
Niente piano. Niente dolci. Niente atletica. Niente. Sono innamorata dello smettere”.

E non posso dirne di più, perché è così bello che non voglio rischiare di guastare la sorpresa di leggerlo.

_Insostenibiletristezza628x855_1323341810Nel secondo romanzo, L’inconfondibile tristezza della torta al limone, Aimee Bender diventa una ragazzina di nove anni con una strana qualità: saper comprendere lo stato d’animo delle persone attraverso il cibo che hanno cucinato. Poco importa se le conosca o meno, saprà perfettamente quello che hanno provato, mentre cucinavano e questo le recherà non pochi problemi, sia dal punto di vista alimentare, che da quello affettivo. Provate a mangiare una torta cucinata da vostra madre e scoprire che lei è depressa, sola e che forse c’era anche una punta di tradimento in fondo al cucchiaino, proprio nel sapore di crema al limone. Intanto, vostro fratello ogni tanto sparisce, sembra quasi insediarsi nelle cose, come se diventasse un tutt’uno con la sedia della sua scrivania.

In genere, non leggo racconti. Non sono un appassionata e non l’ho fatto con molti autori, escludendo forse John Fante, Boris Vian e qualche altro, ma con Aimee Bender è stato diverso, perché lei in tre pagine è capace di costruire un mondo grandioso, delineato in ogni dettaglio. Ti ci porta interamente dentro e poi ti fa esplodere di curiosità, finché non ti svela perché ha voluto condurti lì, in quel preciso momento, in quel giorno dell’anno, in quella dimensione. Ad esempio, immaginate di entrare a far parte di una comunità ghiotta di mele, tanto da non mangiare altro e che esista soltanto una bellissima donna a non averne assaggiata mai neanche una. Oppure potete essere delle provette cucitrici e venire assoldate per ricucire la schiena delle tigri malesiane, che sbadigliano così vigorosamente da strapparsela.

Aimee Bender è una scrittrice con un’immaginazione sconfinata, geniale e mai banale. Riesce a riportarti a quei pensieri di infanzia che credevi di aver perso. È capace di farli rivivere in te e farteli respirare ancora, come se non li avessi mai abbandonati. Indaga nell’intimità profonda del lettore, bussando così piano che non hai neanche il tempo di accorgertene, che d’improvviso è già dentro di te, a rispolverare sensazioni che non credevi neanche più di conoscere. Nonostante ciò, di certo non si tratta di una scrittrice semplice, crea storie disturbate, intimamente agitate, scosse da un qualche tipo di problema interiore. Ma se sarete capaci di leggerla, allora non potrete più farne a meno e, come me, non vedrete l’ora che possiate leggere qualcos’altro scritto da lei, curiosi di scoprire dove la sua immaginazione l’abbia portata questa volta, verso quale patologia o forma d’arte.

Aimee Bender è uno di quei motivi per cui vale la pena dare fiducia a un libro dal titolo strambo, insomma, un classico esempio del detto: un libro non si giudica dalla copertina.

Alessandra Farro

Alessandra Farro

Nata a Napoli, il suo secondo romanzo s'intitola "Blue", Ultra Edizioni. Sforna pensieri e dipinge ricordi. È innamorata della musica, dei libri e del buon caffè fin da che ne ha memoria. Ha un problema (oggettivo) col tempo, prova a respirare poca realtà e viaggia sempre con una moka in valigia, spesso senza lasciare la sua camera. Quando la vita la confonde troppo, si mette a testa in giù su un tessuto aereo. Ribelle dal 1991.
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