A taxi driver: guida contro il potere

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Nella selezione dei papabili concorrenti agli Oscar 2019, nella categoria come miglior film straniero, figurava il meraviglioso A taxi driver, disponibile su Sky dal 23 febbraio. Opera prima del regista sudcoreano Jang Hoon, A taxi driver è una drammatica quanto lucida analisi del peso politico dell’uomo medio in un processo democratico. Il film, attraverso una storia realmente accaduta, mette in scena le sanguinose proteste di Gwangju del 1980, pagina dimenticata (e per molti anni deliberatamente osteggiata) del difficile processo democratico della Corea del Sud. I fatti realmente accaduti si prestano di per sé ad una narrazione cinematografica: protagonisti di questa commovente quanto surreale vicenda sono il tedesco Thomas Kretschmann e la stella coreana Song Kang-ho, che interpretano uno dei più importanti cronisti della vicenda di Gwangju, Jurgen Hinzpeter, e il tassista Kim Man-seob, che gli fece da Anfitrione nell’inferno di Gwangju. Al netto di qualche romanzata, A taxi driver riporta fedelmente le brutalità che il governo militare, forte della legge marziale instaurata dopo il colpo di Stato, applicò alla rivolta studentesca di Gwagju, segnando la sanguinosa nascita della quinta repubblica. Le vicende di Gwangju furono fortemente insabbiate dal governo fino alla definitiva instaurazione della democrazia, avvenuta con la sesta repubblica. Questo fa di A taxi driver un film importantissimo per la storia della Corea del Sud, potendo esso finalmente raccontare eventi che l’UNESCO ha inserito nella memoria del mondo e che fino a qualche decennio fa costituivano un vero e proprio tabù.

Oltre al suo peso sociale e politico, A taxi driver si lascia ammirare per la sua bellezza tecnica ma, soprattutto, per la sua potenza emotiva: la crudità in cui man mano scivola Gwangju è seguita silenziosamente dalla narrazione, che all’inizio sembra quasi da commedia. Entrati però a Gwangju, Kim e Jurgen si troveranno di fronte ad un mondo che riassume, condensa e stabilisce ciò che vuole dire l’impegno politico popolare, inteso come presa di coscienza civile in momenti di particolare intensità storica. L’intero apparato di A taxi driver infatti, non serve meramente a descrivere una storia incredibile di due persone incontratesi per caso: il vero oggetto della sua narrativa è il cambiamento di Kim, da scanzonato e menefreghista lavoratore a protagonista assoluto della storia politica del suo paese. Anche in virtù della trasmissione di questo percorso, la figura di Kim è leggermente stravolta dall’opera di Jang Hoon: il vero tassista infatti, parlava un fluente inglese con il giornalista Jurgen, ed era fortemente appassionato della lotta politica di Gwangju e dei processi democratici del suo paese. Tuttavia, riportarlo in questo modo avrebbe menomato la struttura del meraviglioso percorso che A taxi driver fa percorrere, molto più intenso e importante di una corsa in taxi fra i proiettili.

Quello che riesce benissimo ad A taxi driver, è proprio identificare lo spettatore nella diffidenza e salvaguardia di sé che Kim adotta all’inizio della storia, scuotendolo e riportandolo di fronte alla necessità e moralità della lotta politica, specialmente in un contesto di democratizzazione. Se fosse mancato questo, il film avrebbe perso la maggior parte del suo impatto intellettuale. A taxi driver non vuole infatti giocare con la drammatizzazione di eventi reali per stimolare acriticamente un’emozione, ma si propone come vero e proprio manifesto politico per il popolo coreano, scendendo con le maniche arrotolate nella brutalità di eventi che oggi costituiscono festa nazionale. Mentre in Occidente siamo abituati a questo tipo di cinema, vedere un film asiatico del genere, soprattutto con un codice fortemente hollywoodiano, fa una gran bella impressione.

L’effetto viene ulteriormente amplificato dallo spiccato senso della bellezza Orientale e in particolare del cinema coreano, che piano piano si sta proponendo come vera alternativa allo strapotere di Hollywood. Non a caso, Song Kang-ho aveva già preso parte alla disturbante bellezza della trilogia della vendetta di Park Chan-wook, all’incredibile Parasite, insieme ad altri film dei più grandi registi coreani. A taxi driver ha una semplicità ed umanità debordanti, esemplificate perfettamente nel conflittuale e tragi-comico rapporto fra il tassista e Hinzpeter. Il legame che li lega, non è quello facilmente immaginabile dell’occhio occidentale negli affari dell’Oriente: è una questione molto più intima, e per questo molto più credibile e toccante.
La potenza del loro incontro è data dall’obbligo di Kim di mettersi di fronte alla propria morale di cittadino, mai provocata dal giornalista sotto forma di un moralismo democratico. Kim vive un conflitto tutto suo, patriottico, fondato su una partecipazione fortuita ad un evento di fronte al quale è impossibile rimanere neutrali. Il punto di forza maggiore di A taxi driver è l’universalità della sua poetica: non c’è l’ombra di nazionalismo o di una rivendicazione possessiva degli eventi di Gwangju, ma anzi è palpabile la voglia di trasmetterli al mondo come atto di solidarietà universale verso tutti i processi democratici della storia, venuti a confronto con l’oppressione del potere.

In questo senso, A taxi driver è un film partigiano nel senso più squisito del termine: vi trasuda una partecipazione autentica e sincera all’importanza della lotta democratica, una passione che oltrepassa il limite dell’autoconservazione per confluire in qualcosa di più grande, di più importante. Mai, durante A taxi driver, si ha la sensazione di ridondanza o autocelebrazione. La crudità degli eventi è sottolineata il giusto, quanto obbligato dal dovere di cronaca, e mai utilizzata come feticcio per l’immedesimazione o la volontà di sconvolgere. Le riproposizioni dei momenti chiave della rivolta, sono evidenziate sempre con la discrezione del giornalismo, più che con la finzione del cinema. Anche il sentimentalismo naturale che provoca la scapestrata amicizia fra Kim e Jurgen non viene mai abusato. L’unica pecca in questo senso è una scena verso il finale, criticata da più parti, dove in virtù di una non precisata volontà d’azione si finisce per confezionare un montaggio davvero scadente, inciampo che si può benissimo perdonare ad un film così bello.

In definitiva, A taxi driver è uno splendido esempio di film umano e politico, che mescola con eleganza e bellezza il limite fra il privato e il pubblico, riuscendo nel difficile compito di insegnare senza essere una lezione.
Un racconto emozionante e potente, che va a tutti i costi vissuto.

Enrico Zautzik

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