5 è il numero perfetto, o quasi

 In Cinema e Teatro

5 è il numero perfetto è un Sin City che non ci ha creduto abbastanza.
Impossibile, infatti, distaccare l’esordio alla regia del fumettista sardo Igort dal capostipite dei film basati su graphic novel.
I rimandi sono davvero troppi, sia nell’atteggiamento stilistico (una Napoli cupa e piovosa che sembra un’estensione della città del peccato), sia nel nichilismo generalizzato dei personaggi. Una differenza sostanziale è riscontrabile, forse, nel romanticismo perduto dei protagonisti interpretati da Toni Servillo, Carlo Buccirosso e Valeria Golino, decisamente meno brutali e sconsiderati di Mickey Rourke ed Elijah Wood. Ma l’aria di omaggio/replica è davvero pesante.

5 è il numero perfetto è un noir all’antica, che mischia in un calderone troppo stretto l’idea avvincente di uno struggente action, al parodistico legame del cinema con la graphic novel (che sembra peraltro molto bella) perdendosi un po’ fra i due, dando vita ad un ibrido che lascia indifferenti sotto entrambi i punti di vista. Quello che manca infatti, è lo spirito di osare in una direzione più cruda e violenta, sulla scia di Sin City, abbracciando la cafoneria all’americana, abbandonandosi del tutto all’azione come mezzo per la soluzione dell’intrigo.
Invece Igort non toglie il freno a mano e insiste nel voler cucire su 5 è il numero perfetto un abito nostrano, abbordabile dal pubblico italiano di una certa età che magari non apprezzerebbe uno splatter in salsa napoletana. Il risultato, però, è una potenzialità immobile, bloccata sull’orlo del precipizio avventuroso da una nostalgia forzatamente ricercata, che diviene pesante dopo un’ora di film in cui si susseguono vicoli bui e piovosi, e persone sedute ad un tavolo che sprofondano nella malinconia.

Il prezzo da pagare è alto, per due ragioni: la prima è che 5 è il numero perfetto rappresenta un’occasione mancata dal cinema italiano di trasgredire ai suoi canoni rigidi di raziocinio emotivo e pesantezza simbolica, per raccontare una storia affascinante, ma senza sale, in modo più innovativo; la seconda perché alla fine il film si ritorce su se stesso, e perde anche il gusto di un’opera nostra fatta come si deve, dove ad un’azione spargi sangue si preferisce una caratterizzazione più sottile dei personaggi.
Il Peppino di Toni Servillo è infatti davvero insipido: non riesce proprio a creare un’empatia sostenibile durante il film, sia a causa di una poco credibile attitudine alle sparatorie, che non sono costruite nemmeno così bene, ma soprattutto per poca convinzione di sé; sembra palpabile la poca fiducia in questo personaggio da parte dell’attore campano, che ci ha abituato a prestazioni monumentali forse viziandoci troppo. In 5 è il numero perfetto Servillo fa la sua parte, niente di più: uno stretto indispensabile che non basta per campar, in antitesi alla filosofia di Baloo, e non riesce a reggere l’intera struttura del film che su di esso si basa, proponendo Peppino in ogni singolo fotogramma.
Buccirosso e Golino se la cavano meglio, ma non brillano nemmeno loro: il primo a causa del macchiettismo forzato del suo Totò O’Macellaio, troppo modellato sulla storia cinematografica dell’attore e sui suoi cavalli di battaglia, la seconda per la sostanziale inutilità del suo personaggio, incastrato a forza nella trama giusto perché in un noir c’è sempre una donna.

5 è il numero perfetto

Quindi nemmeno i personaggi riescono a mantenere una pellicola che accarezza più generi senza portarne a fondo nessuno, rimanendo a mezza altezza dagli obiettivi chiaramente ricercati e consumandosi nella noia. 5 è il numero perfetto non ha niente che non và in toto, piuttosto è colmo di una serie di mancanze che alla fine lo rendono pesante e difficile da digerire. Complice anche una trama abbastanza scialba, anch’essa sacrificata per il concetto astratto mai raggiunto, che oltre ad essere prevedibile non si approfondisce mai, castrando di fatto ogni possibilità di sviluppare i personaggi.

Quello che si salva, e che personalmente ho preferito di più, è la Napoli teatro, non soggetto: finalmente la città abdica dall’essere personaggio aggiunto di film o serie tv in cui è troppo protagonista, costituendosi come deus ex machina che dà ragione alla creazione stessa di opere che cercano di raccontarla, rimanendo invischiate, trincerate nella sua personalità; in 5 è il numero perfetto Napoli è solo un buio sfondo, e riesce benissimo a comunicare (molto più degli attori) la malinconia inseguita tanto dall’opera, proponendosi inoltre con un volto nuovo, poco esplorato da chi la usa come madre apprensiva di pizza, mandolino e camorra.

In definitiva, 5 è il numero perfettosì, per un ipotetico voto al film!

Enrico Zautzik

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