Roma, periferia profonda. Una sporca manciata di freaks, mutilati nel corpo e nello spirito, si mette insieme per realizzare una rapina da quattro milioni di euro ai danni di una banca della mafia cinese. Ci sono un paraplegico ex-circense chiamato “Papero” (Claudio Santamaria, ormai mattatore del cinema di genere) e la sua affascinante moglie senza braccia, “Ballerina” (Sara Serraiocco). Completano il gruppo un orfano perennemente strafatto, battezzato in arte il “Merda” (Marco D’Amore) e “Plissè” un laido nano capace di aprire qualsiasi serratura (Simoncino Martucci). Quattro milioni di euro sono tanti e fanno gola, soprattutto a chi ha una selvaggia fame di rivincita; così, a rapina conclusa, come dicono elegantemente gli anglosassoni, “the shit will hit the fan”.

Eccessivo, saturo, scorretto oltre ogni modo, a tratti claudicante come i suoi protagonisti ma con una meta ben precisa. Guardare Brutti e cattivi, l’opera prima dello scenografo Cosimo Gomez, è come mangiare una porchetta unta e bisunta mentre si riceve un cazzotto allo stomaco da un cameriere che conosce molto bene l’etichetta del suo mondo. A volte si ride anche nel processo. Non è cosa da poco.

Guardando alle decine e decine di commedie italiane sfornate nell’ultimo decennio viene da pensare, con qualche rara eccezione, che vecchi e nuovi autori abbiano, infatti, perso il coraggio di seguire fino in fondo una direzione, abbracciandone tutte le conseguenze. Si vorrebbe essere incisivi ma senza il coraggio di lasciare perdere il coltello di plastica con la punta arrotondata. Dopo qualche premessa interessante, si finisce sempre con il prendere la sbrigativa strada del buonismo, del vittimismo o ancor peggio di un moralismo disinnescato, accompagnato da assoluzioni collettive. Si teme di sfidare la narrazione classica e la sensibilità del pubblico, finendo così con il ripetere stancamente gli stessi schemi.

Il pregio di Brutti e Cattivi è invece proprio quello di essere brutto (sporco) e cattivo dall’inizio alla fine. L’handicappato, per sopravvivere, non deve essere da meno della giungla di periferia che lo circonda: si ruba, si uccide, si tradisce, si cerca di barare ad un tavolo di bari. Gomez privilegia i personaggi sulla trama, ne ribadisce l’umanissima e allo stesso tempo grottesca bruttezza alternando piccoli disgustosi particolari a sequenze oniriche di ricordi, sogni, apparizioni. Così si delinea una galleria allucinata di denti marci e riporti svolazzanti mantenuti a colpi di saliva in un mondo di soldi riciclati, signori della guerra travestiti da preti, mafiosi cinesi e prostitute sfruttate da papponi russi. Invece di accarezzare i suoi “mostri”, come Tod Browning nel suo (insuperabile e scandaloso) Freaks, Gomez li butta sistematicamente nel camion dell’immondizia come a voler far deserto intorno a sé. Un difetto di Brutti e Cattivi risiede tuttavia nel soffermarsi sulle singole tracce di “bruttume” perdendo di vista il panorama circostante, trasformando i prodotti di un preciso ambiente in maschere bidimensionali più fumettose che reali, che agiscono in un certo modo solo perché programmate in quella direzione.

È tuttavia qualcosa di perdonabile in un film che cerca, con maggiore o minore equilibrio, di superare l’odiosità, ancora più mostruosa dei protagonisti, di certa “morale da piazza pubblica”, di una farisaica (come direbbe Woody Allen) percezione del mondo che si rassicura dietro una serie di “filtri purificanti”. Un desiderio di “fuga dal ghetto” che condividono anche i protagonisti di Brutti e Cattivi, con quell’immagine dell’agognata piscina filtrante, in una villa lussuosa e lontana, dalla quale vedere con distacco l’inferno delle periferie. Per Gomez siamo tutti uguali.

In conclusione è come se Gomez, in Brutti e Cattivi avesse voluto portare il Ken Loach de La parte degli angeli in un circo infernale imbastito da Tod Browning nelle periferie romane. Cambia idea quasi subito e cerca di trascinarlo tra le baracche di un mondo fisicamente e moralmente degradato, lo stesso che Scola (con ben altri risultati) mostrava nel suo Brutti, Sporchi e Cattivi, cadendo tuttavia lungo il percorso nei fossati del pulp alla Tarantino (con un pizzico di Rodriguez). Un esordio, quello di Gomez, coraggioso nell’eccesso ma pur sempre coraggioso. Probabilmente ad applaudire e ridere ci sarebbe stato volentieri anche il creatore di Er Monnezza, Umberto Lenzi, scomparso ieri. Chissà.

Valutazione dell'autore

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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