12 anni schiavo e Hunger: il potere dei corpi per Mc Queen

 In Approfondimento, Cinema e Teatro

Qual è l’intento che porta, oggi, a raccontare sul grande schermo – ancora una volta – una storia ambientata nei territori del sud degli Stati Uniti agli inizi del XIX secolo, dunque in pieno periodo schiavista? Quale esigenza può esserci alla base di tale scelta?

Recentemente il cinema statunitense è tornato ad interrogarsi su quella che è una delle pagine più dolorose della propria storia, proprio durante gli otto anni del primo Presidente di colore della storia degli Stati Uniti. Lincoln di Spielberg, Django Unchained di Tarantino e 12 anni schiavo di Mc Queen, usciti nelle sale nel giro di due anni, volgono tutti lo sguardo agli schiavi neri, ma lo fanno – ovviamente – in maniera del tutto diversa tra loro. Nel primo caso la schiavitù è “solo” il motore che muove l’azione del Presidente Lincoln, permettendo un’indagine dei meccanismi di potere e delle difficoltà/necessità dei compromessi che devono essere fatti per perseguire un ideale pur alto di giustizia. In Django, si ha una vera riscrittura della Storia, che passa attraverso la figura di un nero leggendario, capace alla fine di ribellarsi ai propri oppressori – facendone saltare la casa e scappando in sella a un cavallo insieme alla propria amata – in una esaltazione della narrazione cinematografica come luogo eletto di libertà, un po’ come era accaduto nel cinema dei Bastardi senza gloria, in cui Hitler e i gerarchi nazisti avevano trovato la morte.

Nel miglior film del 2014 – perlomeno a parere dei giurati degli Academy Awards – è la ricostruzione iper-realistica delle tribolazioni di un violinista trentenne degli Stati del nord, raggirato, rapito e venduto come schiavo, a rappresentare il tramite di accesso a quel mondo di nefandezze ed atrocità quel è lo schiavismo, di cui il protagonista Solomov è vittima inerte e dolorosamente passiva. Nei dodici anni in cui sarà schiavo, il nero Solomov subirà le peggiori vessazioni, cambiando più volte padrone, fino a trovarsi a lavorare nel campo di cotone di un indemoniato e schizofrenico Edwin Epps (Fassbender), che incarnerà la massima espressione del male bianco.

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Nel raccontare questa storia, nel metterci di fronte ad una realtà solo apparentemente incomprensibile ai giorni nostri, il regista britannico conferma la scelta non solo stilistica, anzi, prettamente di contenuto, adottata nei precedenti e apprezzati lavori: Hunger (2008) e Shame (2012). In tutti i suoi film, infatti, Mc Queen va ad indagare il corpo, inteso come oggetto di esercizio dell’oppressione e, specularmente, motore di appropriazione della libertà.

In Shame il potere esercitato dai corpi si manifestava nell’ossessione sessuale, per cui il corpo diventava unicamente il centro del piacere istantaneo dell’orgasmo, procurato grazie all’acquisto delle prestazioni di altre corpi, in carne ed ossa o in sue rappresentazioni pornografiche, potere che così finiva per ingabbiare il protagonista dentro ad una spirale di vergogna (appunto), e relegandolo dietro un muro di impossibilità relazionale – anche e soprattutto con chi gli era più vicino, come la sorella. Nell’ultimo lavoro e nel primo, invece, la violenza sui corpi è imposta da altri uomini, nemici, oppressori.

Hunger mette in scena la prigionia dei componenti dell’IRA all’interno del carcere di Long Kesh, nell’Irlanda del Nord.Siamo nel 1981 e il primo ministro britannico Margaret Tatcher ha appena misconosciuto lo status di prigionieri politici ai membri dell’IRA: le proteste organizzate nella prigione, sotto la guida di Bobby Sands (interpretato ancora da Fassbender, attore feticcio del regista e protagonista anche di Shame), non possono non realizzarsi attraverso l’utilizzo di ciò che, solo, ai detenuti è rimasto per esercitare la propria libertà: il proprio corpo. Dapprima rifiutano le divise dei comuni criminali, scegliendo di restare nudi nelle celle, coperti solo da una coperta (blankets protest), successivamente danno vita alla protesta dello sporco (dirty protest), rifiutando di radersi, tagliarsi i capelli, lavarsi, ed imbrattando le pareti delle celle con le proprie feci.

hunger2 La telecamera osserva da vicino, mostra le violenze subite dai carcerati, fa sentire il fetore delle loro celle, si sofferma sulla magrezza dei loro corpi emaciati. Pochi i dialoghi: il silenzio è interrotto, al centro del film, da un piano sequenza lungo oltre diciassette minuti, dentro al quale Sands spiega a padre Moran le ragioni che lo hanno portato a scegliere, come estrema via di protesta, la strada dello sciopero della fame. Dopo l’umiliazione seguita ai negoziati, in cui i detenuti avevano accettato di rivestirsi e ripulirsi, ed in cambio avevano ottenuti vestiti ridicoli, non certo i loro, Sands decide di alzare il tiro: chi si avvia allo sciopero dev’essere disposto a morire, e alla morte di uno subentrerà un nuovo scioperante.

È l’atto estremo di riappropriazione di se stessi, di sottrazione all’arbitrio dell’altrui potere, e a nulla servono le parole dell’uomo di chiesa, le cui argomentazioni appaiono come meri esercizi retorici: Sands sa che non può stare fermo ad attendere, ma deve agire per inseguire ciò che è giusto, pronto a pagarne le conseguenze. Così, come da ragazzino, attorniato da coetanei vocianti davanti ad un puledro ferito che chiedeva soltanto di morire, era stato l’unico ad avere il coraggio di ficcarlo con la testa nell’acqua, anche adesso sa cos’è giusto fare.

Non vengono spiegate le ragioni politiche della protesta, al regista non interessa indagare il fenomeno storico-sociale: vuole solo osservare come Sands lasci che il suo corpo vada in malora, diventi poco più che uno scheletro coperto di piaghe, sempre più debole, tanto da non poter più mantenersi eretto. Con la faccia scavata, gli occhi infossati e sporgenti, il leader delle proteste morirà.

 

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Se le proteste dei repubblicani irlandesi, dunque, sono realizzate attraverso l’utilizzo della propria integrità fisica, quest’ultima, in 12 anni schiavo, costituisce l’oggetto per eccellenza delle violenze dei padroni bianchi: sin dalle prime scene successive al rapimento, Solomon ci viene mostrato incatenato, incapace di muoversi. Da lì sarà un susseguirsi di frustate, calci, sedie spaccate sulla schiena, ore passate con una corda legata attorno al collo e fissata ad un albero, con le punte dei piedi allungate per terra a cercare di sopravvivere.

Anche qui, non ci vengono spiegate le ragioni economiche o sociali oppure politiche della schiavitù, ma ci viene mostrato l’orrore e il dolore dell’abuso di un uomo su un altro, in questo caso di una razza sull’altra.D

E così come in Hunger era stato col prete l’unico momento di dialogo, anche qui la dimensione religiosa è continuamente richiamata, perché da entrambe le parti, quella degli oppressi ma anche quella degli oppressori, il riferimento a Dio, e alla sua giustizia, è costante. Il proprietario terriero Epps, in uno dei suoi deliri, arriverà ad accusare gli empi neri di aver portato un verme parassita nelle proprie piantagioni; dall’altra parte, la moglie nera di un proprietario terriero bianco, che ha accettato il matrimonio soltanto per affrancarsi, prevede piaghe di portata biblica sui bianchi responsabili di quelle atrocità.

L’unico momento di pausa dalle sofferenze degli schiavi regalato allo spettatore è offerto dalle lunghe inquadrature, spesso immobili, all’alba o al tramonto, della natura degli Stati del sud, che fa da contorno alle fatiche quotidiane, o da fondale nel riposo domenicale. È una natura splendida ed indifferente, che sembra nascondere quella giustizia che né Dio né gli uomini sembrano poter possedere.
I titoli di coda al film ci informano che Solomon non avrà soddisfazione dai tribunali ordinari, perché i suoi rapitori non verranno condannati; allo stesso modo veniamo a sapere che insieme a Bobby Sands dovranno morire altri nove detenuti, e comunque non verrà riconosciuto loro lo statuto di prigionieri politici.
Con questi finali, analoghi, il regista sembra dirci, allora, che gli schiavisti del sud, così come gli aguzzini inglesi, probabilmente sono morti allo stesso modo di quelli che hanno oppresso, per cui, forse, quell’ideale di giustizia tanto invocato dai personaggi dei due film, da una parte e dall’altra, dai bianchi, dai neri, dagli irlandesi, dal prete, è solo nell’istinto di Sands, che gli fa ammazzare il puledro perché smetta di soffrire, che lo fa smettere di mangiare perché è necessario ribellarsi, ed è solo nell’istinto di sopravvivenza di Solomon, che sopporta di tutto, qualunque vessazione, pur di sopravvivere, pur di continuare ad essere un nero vivo e non un nero morto, in attesa di un Brad Pitt canadese che venga a riportarlo a casa.

In questo modo, Mc Queen è capace di raccontare storie diverse, ma tutte da una stessa angolazione, ben definita, di lotta, di sopravvivenza: la fisicità dei suoi film, la violenza che i suoi personaggi esercitano e subiscono, è vissuta dagli spettatori, è provata. E brucia, stordisce, senza lasciare scampo a chi voglia sottrarsi.

Marco Colacurci

Marco Colacurci

Nato, cresciuto e - almeno per ora - sempre vissuto a Napoli. Allenatore di sci, laureato in giurisprudenza, dottorando in diritto penale presso la Seconda Università di Napoli, ma si tratta soltanto di pretesti per raccogliere materiale letterario. Sta disperatamente cercando il modo di non dover lavorare.
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